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Sportdonna racconta – I primi giorni in Africa di coach Francesca

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Prima di partire per il Sudafrica, per partecipare ad un progetto di volontariato, ero molto curiosa su cosa avrei trovato al mio arrivo. Non sapevo esattamente cosa aspettarmi,  l’unica informazione certa che mi era stata data, era che avrei passato due mesi insegnando a giocare a calcio ad un gruppo di bambine e bambini del posto, all’interno di un progetto sportivo della Grootbos Football Foundation. (Clicca QUI per visitare il sito)
In realtà, una settimana dopo il mio arrivo quaggiù, ho realizzato che il mio ruolo qui va ben al di là del solo allenare. Ciò che la fondazione fa attraverso lo sport, è cercare di superare le barriere tra i vari gruppi etnici locali, che spesso hanno difficoltà ad interagire tra loro, e contribuire a costruire delle comunità che siano in armonia tra loro. Del resto, quale miglior veicolo pedagogico e sociale se non lo sport?

In queste prime due settimane di permanenza a Gansbaai, una cittadina sul mare a due ore dalla bellissima città di Cape Town, capitale economica del Sudafrica, siamo in pieno periodo di vacanze invernali. Il programma prevede attività sportive e ludiche durante la mattinata l’organizzare degli impegni del giorno dopo nel pomeriggio. Se il vento è clemente (cosa rara, visto che soffia quasi tutti i giorni un’aria fredda e frizzante), ci si raduna nel gigantesco campo di rugby. Si comincia con il riscaldamento con attività di movimento al suono della musica; è impressionante osservare come qui nessuno riesca a stare fermo quando parte la musica o anche solo se qualcuno canta; è proprio vero che gli africani, di qualunque età, il ritmo ce l’hanno nel sangue, come si suol dire. Si prosegue poi con le attività sportive vere e proprie. Per il momento i gruppi sono misti, maschi e femmine svolgono tutti gli sport insieme in armonia, senza protestare: ecco un bellissimo modo per abbattere gli stereotipi di genere. Il numero dei ragazzi varia, dai 20 ai 150 al giorno. Per questo motivo è difficile costruire un vero e proprio programma a priori, la mattina stessa ci si divide in gruppi e si gioca a calcio, hockey, rugby o netball.
E’ impressionante quanta energia abbiano questi bambini e bambine, spesso in Italia bisogna continuamente motivarli per far sì che seguano le attività proposte, qui invece appena vedono un pallone iniziano a correre. Certo, questo comporta anche un certo dispendio di energia da parte mia, è difficile contenerli e far rispettare le regole, ma sono curiosi e desiderosi di imparare e per questo motivo, dopo qualche invito a fermarsi un momento, mi ascoltano in silenzio e poi provano a ripetere quello che ho appena mostrato loro.
Appena arrivata, gli organizzatori del programma mi hanno presentata ai bambini come allenatrice di calcio, nessuno ha fiatato, anzi, hanno iniziato a tirarmi la palla invitandomi a calciare “Couuuuuuuch one touch!”. A Milano quando racconto che oltre a giocare a calcio alleno anche due squadre di ragazzine, le persone sbarrano gli occhi per lo stupore misto a sospetto: una donna che gioca a calcio? Già la cosa suona strana e allena addirittura?!!! E’ proprio vero che bisogna lavorare per abbattere gli stereotipi.
I bambini appartengono ad etnie diverse e parlano lingue locali diverse, ma l’inglese come lingua veicolare: i ragazzini neri parlano Xhosa, mentre i “coloured”, come vengono chiamati qui, ovvero i ragazzini con origini miste, parlano Afrikaans così come i bianchi di origini anglosassoni.

Oltre alle attività sportive, ogni allenatore qui ha anche il compito di educare i piccoli negli aspetti relazionali e sociali: comportarsi bene, rispettare gli altri, fare gruppo e ascoltare e riconoscere l’autorità. Noi coach dobbiamo essere degli esempi di ruoli positivi da seguire, perché i ragazzini possano un giorno essere loro stessi agenti di cambiamento sociale.
Ieri una piccola calciatrice si è recata a Cape Town per fare un ultimo provino di calcio presso un liceo che le darà la possibilità di studiare e giocare per la scuola. Questo è un bellissimo traguardo sia per lei personalmente che per la Fondazione che vede premiato il lungo e sfidante lavoro svolto in questi anni.

Francesca Gargiulo

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