Calcio

Australia:stessi diritti degli uomini e aiuti durante la gravidanza per le calciatrici australiane

Qualcosa si muove. L’Australia fa un passo in avanti per la parità di genere. Parità di diritti per la nazionale di calcio femminile australiana e quella maschile. Le calciatrici professioniste avranno gli stessi diritti dei loro colleghi grazie all’intesa raggiunta tra Football Federation Australia (la Federcalcio australiana) e il sindacato degli atleti.
Poi, cosa molto importante, le donne che giocano nella nazionale saranno supportate sia durante la gravidanza che al loro ritorno.
L’intesa quadriennale prevede che le “Westfield Matildas” (la nazionale femminile) e i “Caltex Socceroos” (la nazionale maschile) riceveranno il 24% degli introiti che generano con le loro partite. La qualificazione per i Mondiali comporterà anche un guadagno per gli atleti del 10% in più, passando dal 30% al 40%.
Le Matildas, potranno anche viaggiare in business class per i viaggi internazionali, come fanno gli uomini, e il coaching e il supporto operativo saranno portati allo stesso livello di quelli della squadra maschile.
C’è pero un dato da tenere in considerazione. I Caltex Socceroos potranno comunque guadagnare di più dai Mondiali, perché i premi della Coppa del mondo sono molto più alti per la competizione maschile. Il montepremi totale per i Mondiali maschili 2018 è stato di 400 milioni di dollari, mentre per i Mondiali femminili in Francia è stato di circa 30 milioni.
Il calcio è un gioco per tutti, e questo è un altro enorme passo in avanti per garantire i valori di uguaglianza, inclusività e opportunità“, ha dichiarato Chris Nikou, presidente di FFA.
Il nuovo accordo – spiega una dichiarazione congiunta – riflette la determinazione del calcio ad affrontare le questioni di parità di genere in tutte le sfaccettature del gioco e a costruire un modello finanziario sostenibile che premia i giocatori all’aumentare le entrate della nazionale“.
Nella battaglia per le pari opportunità nel calcio, l’Australia segue Nuova Zelanda e Norvegia, che hanno già intrapreso questa strada.
A marzo le campionesse del mondo statunitensi avevano fatto causa alla loro Federazione, per comportamenti discriminatori nei salari e nel trattamento delle atlete.