“La bicicletta per i talebani è uno dei disonori più grandi.”

Questa è la frase dell’articolo di Giovanni Battistuzzi pubblicato su Giro Di Ruota. Avevamo già scritto la settimana scorsa dell’esigenza di tacere, per un periodo di tempo limitato, al fine di comprendere la situazione in Afghanistan, esplosa dopo il 15 agosto. Poi con Giovanni, al quale avevamo dato voce per ricordare quanto la privacy sia importante, oggi più che mai, per tutelare vite umane, ci siamo trovati concordi nell’ascoltare le richieste pervenute all’indomani dei fatti di Kabul: tacere sarebbe stato come togliere voce a queste donne e allo sport femminile, un connubio che per la sharia è esplosivo e rappresenta il massimo dell’oltraggio alla cultura estremista del regime talebano.

Zakia e Hossain: non si spegne la speranza di andare a Tokyo

Così oggi mi ritrovo a fare i conti con una questione etica che, proprio nel momento in cui si stanno svolgendo le Paralimpiadi di Tokyo. L’assenza dell’Afghanistan coincide con l’aver privato Hossain Rasouli e Zakia Khudadadi, del diritto fondamentale di partecipare alla manifestazione. I due atleti il 17 agosto avevano lanciato un appello nel quale avevano espresso il timore per la propria incolumità e la grande pena che li costringeva a non veder realizzato il proprio sogno.

Ora i due atleti sono al sicuro. Sono riusciti a scappare da Kabul grazie al visto che l’Australia ha concesso loro e ad altri atleti connazionali, grazie all’interessamento di un piccolo gruppo di ex sportivi, tra cui l’ex nuotatrice olimpionica canadese Nikki Dryden, avvocato esperto in materia dei diritti umani e dello sport: è stata lei che ha raccolto i dossier degli atleti a rischio e si è mossa affinché potessero essere messi in salvo. 

Così, dopo un passaggio a Dubai e l’attesa del visto australiano, Zakia (che nel frattempo ha festeggiato il suo 22° compleanno lontano dal suo paese) e Hossain potrebbero forse trovare il modo di raggiungere il Giappone e realizzare un sogno. Sarebbe la prima volta che un’atleta donna rappresenterebbe l’Afghanistan alle Paralimpiadi. 

Anche Nilofar Bayat, capitana della nazionale afghana paralimpica di basket in carrozzina, è stata tratta in salvo insieme a suo marito Ramish, anche lui atleta della stessa disciplina. Ha potuto lasciare Kabul grazie al volo organizzato dalla Spagna. Nilofar aveva fatto appello ai social tramite un suo amico giornalista. Oggi Nilofar è in salvo e potrà tornare a giocare a basket nel Bidaideak di Bilbao.

Pedalare in Afghanistan: dalla candidatura al Nobel al rischio di essere uccise

Se queste due storie di fuga per la vita si sono risolte, la sorte benevola per ora non accompagna tutte le atlete rimaste in Afghanistan. Ci sono le quasi 100 cicliste della Federazione Ciclismo del paese, le stesse che con 118 firme tra Camera e Senato e una partecipazione bipartisan, i parlamentari italiani, guidati da Ermete Realacci, nel 2016 candidarono al Premio Nobel per la Pace perché la bicicletta in quel contesto era il vero “Simbolo di libertà, di un futuro migliore ed ecologico”.

Oggi a parlare e a farci riflettere sull’involuzione e sul pericolo che rappresenta la bici nella cultura dei Talebani, è Rukhsar Habibzai, 22 anni, atleta del coordinamento della Federazione Ciclistica afghana:

“Vorrei che il ciclismo diventasse parte della nostra cultura. Sarebbe bello vedere le nostre ragazze pedalare felici senza paura. Io sono un’atleta e vorrei che a me e a tutte le donne venisse data la possibilità di allenarsi e gareggiare, perché noi possiamo vincere competizioni importanti. Quando iniziai a pedalare gli uomini, specialmente quelli che ci vedevano per la prima volta, ci sputavano, ci lanciavano pietre, provavano a investirci con le loro auto. Quei negozianti che avevano la bottega lungo le vie dove pedalavamo ci lanciavano di tutto: sono stata colpita da patate, mele, mille altre cose. E usavano parole molto offensive contro di noi, imbarazzanti, che quasi ci si vergognava a essere una donna” – racconta Rukhsar – “Prego perché il Paese possa essere un posto sicuro per le donne come noi, specialmente per chi vuole continuare ad andare in bici ma sono abbastanza sicura che i talebani non permetteranno mai alle donne di studiare, lavorare, avere un lavoro, quindi com’è possibile che ci permetteranno di andare in bici? Non lo faranno. Ci spareranno“.