“Mondo Accademico e Calcio Femminile” è la nuova rubrica di Sportdonna.it. Abbiamo l’obiettivo di farvi conoscere le tesi di laurea o le tesine per la maturità che trattano del calcio in rosa e dare spazio a chi ha portato sui banchi di scuola e nelle aule universitarie questo tema.

Ciao e grazie per la collaborazione al progetto “Mondo Accademico e Calcio Femminile”. Presentati brevemente…
“Mi chiamo Elisa Lecce, laureata in Scienze Motorie e dello Sport presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ex calciatrice, attualmente lavoro come free lance in Virgin Active”.

Dati di contesto
Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
Facoltà e Corso di Laurea: Scienze Motorie e dello Sport – Facoltà di Scienze della Formazione – Interfacoltà di Medicina e Chirurgia
Titolo tesi: “La realtà del calcio femminile in Italia e all’estero: sogni, aspettative e luoghi comuni”.

elisa-lecceQuali sono i temi che hai affrontato nel tuo lavoro di tesi?
Ho avuto la possibilità di confrontarmi con tante realtà straniere quando giocavo in Nazionale. Ho cercato, quindi, nel mio lavoro di tesi, di descrivere che cosa differenzia il calcio femminile italiano da quello straniero attraverso tutti i sacrifici e gli ostacoli che una calciatrice italiana ha di fronte a sé. I temi che ho affrontato nella mia tesi sono: la nascita del calcio femminile; i riferimenti statistici relativi alla disciplina; la strutturazione di un programma ad hoc per il calcio femminile dal punto di vista fisiologico ed infine la mia esperienza personale da calciatrice”.

Hai dei consigli da dare a un laureando/a che desidera svolgere una tesi sul calcio femminile?
“Il mio consiglio è quello di basarsi principalmente sulle esperienze delle calciatrici”.

Hai avuto l’opportunità di presentare il tuo lavoro di tesi dopo la laurea?
“No, non ancora avuto occasione”.

Hai trovato con facilità un impiego dopo la laurea? In che ambito?
“Lavoravo già prima di completare gli studi come Gym Instructor e Free Lance presso la Virgin Active, per la quale tutt’ora lavoro a tempo pieno”.

Ecco alcuni estratti della tesi

3.9. DIFFERENZE TRA UOMO E DONNA
Non è raro sentir dire che le atlete donne sono diverse rispetto agli uomini: a parte le caratteristiche fisiche evidenti, sono ritenute meno atletiche, meno potenti e meno veloci. In realtà, c’è un periodo della vita in cui la differenza prestativa tra i due è pressoché nulla. Differenze significative tra maschi e femmine iniziano a manifestarsi solo al momento della pubertà, che corrisponde all’età di circa 14 anni. Al momento dello sviluppo puberale, si presentano i primi cambiamenti nella composizione corporea, a causa della massiccia produzione ormonale di estrogeni. Nel breve periodo di 2-3 anni dall’inizio della pubertà, la donna raggiunge la lunghezza massima delle ossa, motivo per cui, in età adulta, la sua statura risulta inferiore a quella dell’uomo, che invece presenta una fase di crescita più prolungata. Le misure antropometriche della donna adulta sono decisamente diverse da quelle dell’uomo; presenta, infatti, una statura inferiore di circa 10-12 cm, un peso corporeo totale inferiore di 14-18 kg, una massa magra inferiore di 18-22 kg e una massa grassa superiore di 3-6 kg. La massa grassa relativa è maggiore nelle donne rispetto agli uomini. Altre differenze legate al sesso sono il minor diametro toracico, fianchi più larghi, spalle più strette e tessuto adiposo localizzato su cosce e fianchi. Il diverso sviluppo delle ossa del bacino porta ad avere l’asse del femore più inclinato rispetto a quello dell’uomo con conseguente atteggiamento in lieve valgismo fisiologico delle ginocchia. Il calcio femminile, dunque, sarà sicuramente meno veloce e meno potente di quello maschile. Le calciatrici, inoltre, impostano la gara sulla forza fisica piuttosto che sulla prestazione tecnica vera a propria. È molto difficile trovare calciatrici con un talento innato e, quando capita, le si paragona immediatamente alla figura maschile, dicendo “giochi come un maschio”. La conoscenza del modello prestativo è sicuramente uno fra gli aspetti più importanti ai fini della costruzione delle sedute di allenamento. Impostare e programmare le varie esercitazioni (gestendo gli spazi, il numero dei giocatori, le durate e i recuperi), conoscendo le intensità medie che vengono sviluppate durante le partite, riveste un ruolo fondamentale per centrare l’obiettivo delle proposte. Le differenze tra il calcio maschile e quello femminile, risiedono, ovviamente, in alcune, anche abbastanza evidenti, di natura antropometrica, fisiologica e di performance sviluppate all’interno del campo di gioco.

CAPITOLO 4 –CONCLUSIONE
Negli anni ho imparato che il calcio femminile non ti dà da vivere, ho imparato che una società può sparire da un giorno all’altro perché non c’è più chi la finanzia, ho imparato che il calcio femminile è solo pura passione, in Italia. Ho imparato che l’impegno e i sacrifici sono gli stessi chiesti ai colleghi maschi, ma la differenza sta nel business e nel giro di soldi che è dietro il calcio che conta, quello maschile, secondo il pensiero comune italiano. Ho imparato che se una ragazza gioca a calcio è discriminata e definita maschiaccio a prescindere, ho imparato che nel calcio femminile devi lavorare e sacrificarti per raggiungere i risultati, esattamente come avviene negli altri sport. Ho imparato, infine, che il calcio, per una ragazza, deve essere solo uno svago, un hobby, un divertimento della sera, dopo una fati­cosa giornata di lavoro.

Fin da bambina ho amato il calcio, non so se è stato un amore innato o indotto perché circondata in famiglia da tanti calciatori, ma il calcio è sempre stato il mio sport. Anche quando ne praticavo altri, il calcio era il pensiero latente che mai mi abbandonava.

Il calcio mi ha aiutata a crescere, mi ha fatto compagnia per tutta la mia infanzia e la mia adolescenza; mi ha tenuta lontana da una vita triste, solitaria, asociale, arida e disillusa. Il calcio è stato una scuola di vita, una sorta di psicoanalisi molto meno dispendiosa e, soprattutto, molto più utile sul piano della forma fisica. Ri­cordo tutte le persone con cui ho giocato e tutti i mister che mi hanno allenato.

Certo, non è stato sempre tutto positivo. Può essere stancante sia fisicamente che psicologicamente poiché, in quanto aggregazione tra persone diverse, è an­che soggetto a varie dinamiche non sempre piacevoli, ma, nonostante l’impegno grande che ti richiede, non è facile lasciare andare, anche quando si è messo in conto che prima o poi sarebbe capitato. Lasciare una squadra, uno spogliatoio, il campo, le scarpette equivale ad una separazione sentimentale vera e propria.

Non tanto per gli spazi vuoti che crea nel tempo, quelli in fondo ci vuole poco a riempirli, sono gli spazi del cuore quelli più profondi da colmare: ho sempre amato lo sport in generale, ma il calcio è l’unico che sono riuscita a concepire come im­pegno fisso, il rumore di un pallone calciato è l’unico che mi fa sussultare e quando chiudo gli occhi è ancora molto più probabile che mi veda in un campo da calcio che in qualunque altro posto.

“Hai avuto tante soddisfazioni, tanti complimenti e tante critiche. Hai avuto mo­menti difficili, in cui pensavi che non ne valesse più la pena. Hai rinunciato al sa­bato sera con gli amici, al divertimento, ai compleanni, alle feste, alle gite scolasti­che. Hai rinunciato a quella gonnellina per quel livido sulla gamba e ai tacchi per un dolore alla caviglia, hai rinunciato a quella serata in discoteca perché – non posso, domani ho la partita. Hai sopportato le prediche di tua mamma perché, per te, il pallone veniva prima dello studio o perché le hai rotto un quadro gio­cando in casa. Hai rinunciato ad un’intera estate perché – ad agosto guardateci in tv, siamo in Giappone per i Mondiali . Hai rinunciato a quel paragrafo in più di storia perché – devo andare all’allenamento, finisco dopo – …e poi non l’hai mai finito. Hai sopportato il freddo, il caldo, la neve, la pioggia, gli insulti, le paro­lacce, le spinte, i calci, le gomitate. Hai imparato a convivere con il dolore, con l’invidia e la gelosia. Hai avuto la possibilità di girare l’Italia, l’Europa, il mondo, in­seguendo il tuo sogno e conoscere tantissime culture diverse e imparare qualcosa da ognuna di esse. Hai affrontato viaggi infiniti su un pullman, un treno o un ae­reo. Hai vinto, hai perso, hai riso, hai pianto, hai avuto delusioni, ti sei arrabbiata perché non hai giocato o hai giocato male. Hai avuto mal di schiena perché il bor­sone era troppo pesante. Hai mandato a quel paese l’arbitro, l’allenatore, le com­pagne, anche i tuoi genitori che, nonostante tutto, ti sono sempre stati vicino. Hai sbagliato quel rigore che non dovevi sbagliare e hai segnato quel goal all’ultimo minuto”.

Le rinunce sono state tante, troppe, ed era continua la domanda “ma chi te lo fa fare?” Ma se tornassi indietro rifarei tutto, esattamente così, perché è indescrivi­bile la sensazione di libertà che si prova rincorrendo quella sfera. L’odore dell’erba bagnata o appena tagliata, il rumore degli scarpini nello spogliatoio, la tensione, la concentrazione, gli sguardi di intesa con le compagne ed il mister, i sorrisi, le pac­che sulla spalla, i gesti scaramantici che erano d’obbligo prima di ogni partita, so­prattutto a Napoli, i cori di incoraggiamento dalle tribune. Ricordo ogni attimo della mia prima partita con la Nazionale: lo stadio, il pubblico, l’inno che, fino a quel giorno, avevo sentito e cantato solo in tv guardando le partite della Nazionale ma­schile. Adesso toccava a me, ero io a cantare l’inno da protagonista e non da ti­fosa. Le gambe tremavano per la paura di non essere all’altezza, il cuore batteva forte, troppo forte, cercavo lo sguardo di mia madre nel pubblico che mi rassicu­rasse. Era un attimo: il fischio dell’arbitro e si annullava tutto il resto. I problemi, le preoccupazioni, l’ansia e la paura restavano al di fuori delle linee bianche del campo.

Le partite aumentavano, le sensazioni e le emozioni erano ogni volta diverse. Era sempre diversa anche l’emozione di un goal, che terminava, ogni volta, fra le braccia delle mie compagne. In ogni goal e in ogni abbraccio si racchiudeva tutta la forza del gruppo, ci sentivamo unite, imbattibili, forti. Scorrendo le foto, quando ripenso a questi momenti, è un misto di sorrisi e malinconia.

Per come ho vissuto io questo sport, non è tanto diverso dallo scrivere di un ex fi­danzato, ma per me il calcio è stato un po’ questo: un fidanzato esigente, a volte problematico, faticoso, litigioso, stancante, ma anche umano, leggero, gioioso, li­beratorio. In una parola: amore.

Per eventuali contatti, potete scrivere a elisa.lecce@hotmail.it

Francesca Gargiulo

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