Buttate gli schemi (a meno che non siano calcistici), lasciate nell’armadio i vostri vecchi stereotipi. Moderna, decisa e preparatissima su ogni argomento che riguarda il calcio e quello che lei chiama “il calcio giocato dalle ragazze” perché dire femminile darebbe dei connotati che non le piacciono.  Katia Serra, ex calciatrice e ora opinionista per diversi programmi Rai, in questa prima parte d’intervista ci porta nel mondo che ama e che sta cercando di migliorare con tutte le sue forze.

Dopo una carriera in Italia, hai giocato anche in Spagna al Levante. Quali sono le differenze maggiori tra l’Italia e il resto d’Europa?
Quella è stata l’unica stagione in cui mi sono sentita davvero una calciatrice. Avevamo a nostra disposizione uno staff medico che seguiva sia la squadra maschile che quella femminile. Si viveva di calcio dalla mattina alla sera, c’era un’organizzazione tecnica e strutturale di un altro livello. Lì era davvero un lavoro, con un bonifico che arrivava regolarmente a fine mese e la società che pagava le scuole per far studiare le più giovani. Mi sono sentita professionista, cosa che in Italia non mi era mai capitata”.

Qualche anno fa hai dichiarato che da bambina ti sentivi diversa dalle altre ragazze perché amavi il calcio. Cosa ti sentiresti di dire ad un bambina che attualmente incontra le tue stesse difficoltà?
“Prima cosa fra tutte, non devono permettere a nessuno di distruggere il loro sogno. Non devono spaventarsi, ma andare avanti per la loro strada e quando riusciranno a realizzarsi saranno gratificate e saranno ripagate di tutte le umiliazioni subite in precedenza. A differenza della mia generazione, che non aveva dei punti di riferimento oggi siamo migliorati da questa prospettiva. Se una bambina non trova appoggio in famiglia, lo può sempre trovare fuori da calciatrici, società oppure attraverso l’AIC”.

Dopo la tua carriera, hai deciso di continuare a lavorare nel calcio. Come sei stata accolta in un mondo ancora fortemente maschile?
“Sono stata accolta con molto scetticismo, grande diffidenza e occhi sorpresi di chi non riusciva a capire come una donna potesse essere competente. Nei primi anni ho rivissuto quello che provavo da bambina: mi sentivo un’intrusa perché ero diversa rispetto a quello che gli altri pensavano delle donne. Ero preparata e non se lo aspettavano minimamente. Ho avuto tanta pazienza, grande caparbietà e non ho mai mollato davanti ai tanti commenti sprezzanti che ho incassato. Sul piatto ho messo tutta la mia competenza. Ho preso il patentino da allenatore, ho fatto il corso per diventare direttore sportivo e ho dimostrato di saper padroneggiare la materia. Le donne per avere successo in questo settore devono dimostrare molto di più degli uomini. Ci sono sempre dei dubbi, si pensa che una donna per raggiungere determinate posizione abbia avuto delle spinte. Io invece ho cercato di avere un background sempre più ampio: ho seguito dei corsi e ora vado in televisione a parlare di calcio. Tutto questo mi è servito per cercare di aprirmi alcune porte. Sono in tv alla Rai per caso, ma ora mi piace. Ho iniziato col calcio femminile, ma piano piano sono arrivata anche al maschile. Voglio cercare di tenermi questo ruolo per più tempo possibile, sogno di arrivare a commentare la Nazionale maschile per dimostrare alle donne che nessuna strada ci è preclusa nemmeno nel calcio”.

(…Giovedì seguirà la seconda parte dell’intervista)

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