Nella prima parte dell’intervista che abbiamo pubblicato ieri (clicca qui per leggerla), Katia Serra ha parlato di sé e del suo mondo fatto di calcio e tanta passione. Oggi l’ex calciatrice ci fa una panoramica sul calcio femminile visto coi suoi occhi tra lati positivi e negativi, andando ad evidenziare tutte le criticità più importanti.

Partiamo dalla partita di sabato tra Brescia a AGSM Verona: tu eri allo stadio e con te c’erano anche il segretario della CIGL Susanna Camusso e Damiano Tommasi, presidente dell’AIC. Cosa è emerso da questo incontro?
“C’è una progettualità in quello che stiamo facendo e condividendo. Questo è il secondo passaggio di un discorso più ampio per il quale ci saranno altre tappe nei prossimi mesi con tavoli tecnici di confronto sulle varie problematiche. Stiamo lavorando su un doppio piano creando eventi e lavorando sulla comunicazione per trovare nuove soluzioni e influenzare l’opinione pubblica. Il calcio che viene giocato dalle ragazze ha grandi valori sportivi e umani che restano al centro di tutto. Sabato abbiamo avuto un bel confronto con entrambe le società prima della gara, poi è stato bello vedere la sportività anche delle sconfitte nel restare insieme nel dopo partita per i saluti e le foto insieme. Questo è un valore aggiunto, nel maschile una situazione simile con un campionato che per una squadra è definitivamente sfumato, non sarebbe stato possibile”.

Dal tuo punto di vista, mediaticamente si è sfruttato al meglio il fatto che la finale della Women’s Champions League sarà in Italia?
“Si può sempre fare di più, in questo caso come nella vita. Per dare dei giudizi dobbiamo aspettare la finale del 26 maggio, ora non si possono fare previsioni. Di certo non dobbiamo far passare il concetto che la Federazione abbia voluto portare la finale in Italia per dare una spinta al calcio italiano, si giocherà a Reggio Emilia semplicemente perché le norme Uefa impongono che la finale della Women’s Champions League si giochi nello stesso stato dove si gioca la Champions League maschile”.

Se avessi un solo desiderio e potessi metterlo nelle mani del nuovo delegato della LND, Sandro Morgana, cosa chiederesti?
“Partirei col chiedere di riformare i campionati dalla B alla categorie inferiori. In serie A abbiamo già vinto una battaglia per arrivare a 12 squadre quindi possiamo considerarci soddisfatti. Dobbiamo creare i presupposti per cui ai massimi livelli ci si arrivi attraverso un percorso formativo e a quel punto, una volta arrivati in serie A, si possa giocare le proprie carte per restarci. In questo momento c’è un dislivello troppo ampio tra le squadre di B e quelle di A. Purtroppo, spesso, alle spalle non ci sono società organizzate per competere con un livello tecnico e atletico superiore. Se qualcuno viene promosso in A e nella stagione successiva si salva, è un’eccezione. Bisognerebbe anche che il calcio femminile trovi una sua completa autonomia, chi è il presidente? Fino al 2011 era Padovan, attualmente invece Morgana è solo un delegato. Politicamente c’è stata una regressione negli ultimi anni. Serve una struttura indipendente ed autonoma dal governo del calcio. Questa però è stata una decisione che ai tempi fu bloccata da Tavecchio che sta investendo nelle Nazionali femminili ma non nel movimento in generale. Sarebbe bello che si fosse tutti collegati in un’unica filiera con persone competenti e adeguate che sappiano lavorare per il bene del calcio femminile. A quel punto, con una struttura dedicata, non si potrebbe scappare in alcun modo dalle proprie responsabilità. Attualmente quando Morgana si siede nel consiglio, si trova davanti altre 8 persone che parlano di calcio maschile e non può fare molto. Qui serve la rivoluzione, le calciatrici hanno dimostrato di volerla fare, gli allenatori forse ma alcune società non vogliono percorrere questa strada. Questo però è un problema, perché le calciatrici non possono prendersi tutte le responsabilità sulle spalle. Facciano qualcosa anche le società e smettano di credere alle favole”.

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