Ore 19.45 circa. Ecco il senso di ogni cosa, sta tutto in quell’abbraccio. Noi che saltiamo ed esultiamo e gridiamo a squarciagola qualcosa d’indefinito, e ci stringiamo forte perché non riusciamo a fare altro. E’ come se d’un tratto il mondo si fosse bloccato e stesse guardando solo noi. E non c’è imbarazzo alcuno che possa fermarci, vogliamo stare così vicini per pochi secondi che sembrano lunghi un’eternità.
Quel volto colorato di verde-bianco-rosso, l’inno cantato rigorosamente con la mano sul cuore, le urla strozzate in gola per quel palo, ed ogni giocata è un sussulto, un tremolio continuo, un battere le mani e poi mettersele davanti agli occhi, perché non ci si crede. Il primo sospiro di sollievo che sa di liberazione sono quelle mani che picchiano sul petto come a dire “Io sono orgoglioso di essere italiano”, e lo siamo anche noi. Ma è una battaglia senza fine, ed il minimo vantaggio non basta, non può bastare quando di fronte hai i campioni in carica.
E così i primi 45 minuti scivolano via, la pausa snack, noi che ci guardiamo negli occhi e leggiamo tutta la nostra trepidante attesa per una seconda parte che si prospetta come qualcosa di semplicemente inspiegabile. Il cellulare suona, i commenti si sprecano, le battute anche con l’intento di smorzare un po’ la tensione. Non sempre ci si riesce. Il secondo fischio rimbomba nelle orecchie come un rullo di tamburi secco e poco ricamato. Il terzo sarà una sentenza. Dell’ansia si è perso il conto, i minuti non passano mai, stretti nelle nostre spalle fatichiamo pure a guardarci, forse per la troppa paura di scoprirci in tutti i nostri timori. E’ un rincorrersi di sguardi tra noi, e tra tutti quelli di quei ragazzi, eroi in maglia azzurra, che non sanno nemmeno quanto li stiamo consumando a furia di non perderli di vista. E si soffre. E ci mettiamo a cantare il pooooporoppopopoooooo, e quando arriva il 2-0? Ma perché le para tutte proprio a noi? Avremmo bisogno di un cambio, si suda anche a mille km di distanza. Anzi a mille km di distanza si suda di più. Abbiamo perso il conto dei battiti del nostro cuore, a mani giunte ormai è una preghiera. Ed il primo Santo ci ascolta, risponde al nome di Gigi e non si lascia sfuggire l’occasione di meritarsi tutta quella beatificazione. Ma 4 minuti di recupero sono un’eternità. Ne passa “solo” uno e qualcosa cambia. Cambia più di qualcosa, cambia tutto. L’azzurro abbonda, è ovunque, invade ogni angolo di Paradiso, luogo magico in cui ci siamo trasferiti per godere a pieno di questo spettacolo, gustandocelo dall’alto. E lì, nel luogo dei miracoli, diamo conferma della nostra presenza ai quarti con quel gesto che dice più di qualunque parola. Eccolo, non c’è proprio bisogno di aggiungere altro. Se il mondo crollasse in questo momento, non ce ne accorgeremmo nemmeno, ma sono certa che sarebbe il mondo stesso ad accorgersi di noi. La speranza che tramuta in realtà, le lacrime che scorgano innocue sui nostri volti, il verde-bianco-rosso dei nostri sembra brillare di luce propria come mai aveva fatto finora, anche se, diciamocelo, è accesissimo già da una decina di giorni a questa parte. Un mister che si inerpica su una panchina per mandare un bacio alla sua famiglia, un popolo che incredulo si scatena e si sente a casa anche in terra straniera. Il carro se la viaggia alla grande, tutti su, prossima tappa Bordeaux per dimostrare che il cielo è azzurro, azzurrissimo anche lì.
Tutto trova risposta, ogni cosa trova il suo posto, la corsa in auto dopo il lavoro per esserci ha un senso, il cuscino stretto allo stomaco ha un senso, la voce che non è più voce ha un senso, ogni cosa futile che poi futile non è, ha un senso. Ti sciogli sul divano, ammiri i tuoi eroi e capisci davvero che l’orgoglio di essere italiano trova un esponente al cubo proprio in questo momento in cui la battaglia è vinta. C’è solo una cosa a cui non riesci a rispondere:
quanto vale un abbraccio tra padre e figlia?

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