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Francesca Canepa, la donna più forte di tutto: “Non si è mai troppo vecchi. La testa comanda tutto”

Francesca Canepa è la donna dei record: è stata la prima italiana a vincere l’Utmb (Ultra Trail du Mont Blanc), la madre di tutte le gare trail, la corsa a piedi intorno al Monte Bianco sui sentieri di Francia, Italia e Svizzera. E della Valle d’Aosta, la sua Valle d’Aosta. Che a 46 anni le ha dato il titolo più bello:regina dell’Utmb.
Un anno dopo Francesca ha ricevuto l’applauso dei suoi concittadini di Courmayeur durante un salotto all’aperto organizzato nel centro del paese dalla Fondazione Courmayeur Mont Blanc.


La storia di Francesca Canepa è quella di una donna che ha saputo costruirsi e inventarsi carriere agonistiche di ogni tipo, vincendo trofei e conquistando i più importanti riconoscimenti internazionali. Di una donna che ha gioito, sofferto, faticato ma che soprattutto si è sempre divertita.
E dire che ha iniziato da piccola dedicandosi al pattinaggio su ghiaccio. Poi il passaggio allo snowboard dove ha raggiunto picchi altissimi fino alla grande delusione della stranissima esclusione dalla Olimpiadi. Per superare la rabbia Francesca, che nel frattempo aveva superato i 40 anni, si è convertita all’ultratrail, massacranti corse in alta quota con dislivelli più che impegnativi e con percorsi di oltre 100 chilometri da concludere in poche ore.
Determinata, sicura di sé, sfrutta ogni giorno al massimo la sua laurea in psicologia. E’ la testa che la fa andare a mille, è la testa che le fa sopportare fatica e dolori, è la testa che comanda tutto.
Francesca, a 47 corri come una ragazzina. Domanda banale, ma inevitabile. Quale il tuo segreto?
“L’età non c’entra nulla. Io sto bene, ho le articolazioni di una ragazza e ho avuto la fortuna di infortunarmi poco. Mi sento benissimo e non sto a guardare quanti anni ho. So esattamente quello che posso fare e lo faccio al meglio. Non è questione di età, è questione di testa. Se durante una gara capisco che non mi sto divertendo mollo, è più forte di me”.
L’età è una costante della tua carriera. C’è sempre qualcuno che ti dice che gli anni sono troppi…
“Esatto. A 12 anni ero troppo vecchia per fare pattinaggio e poi quando dovevo andare alle Olimpiadi e mi hanno detto che a 25 anni ero vecchia e questa cosa non l’ho mai digerita. E’ stato un grande torto, mi hanno tolto qualcosa di straordinario”.
Sei stata la prima donna a vincere l’Ultra Trail du Mont Blanc. Come ci sei riuscita?
Con sacrifici e tecnica, lavorando sulla mia testa e sui miei limiti, migliorando costantemente. Nulla è stato lasciato al caso.  E’ una gara incredibile che dura 26 ore con delle avversarie fortissime. Se non sei perfettamente consapevole di poterla affrontare nel migliore dei modi è meglio che si stia a casa. Non ho forzato all’inizio, anche quando non andavo benissimo. Non ho saltato un ristoro, mi fermavo al momento giusto. Mi fidavo della mia forza e di quello che il mio allenatore mi aveva detto: ce la farai. Così ero serena”.

Dicono che tu abbia una bella testa…
Faccio tutto a modo mio, questo si. Non ho mai preso niente per buono, ogni cosa che mi viene detta, intanto faccio una scrematura e tengo quello che va tenuto. Poi provo qualcosa, vado a vedere se ci sono degli spunti validi ci lavoro e ci metto impegno. Non sono mai stata capace di fare una cosa soltanto perché mi è stata detta“.
Ma è vero che corri con un semplice orologio con le lancette e senza tutti quegli strumenti moderni?
Sì è vero, lavoro solo con testa. Non voglio condizionamenti. Se ho un orologio che mi dice quando battiti ho, mi condiziona. L’unica cosa che faccio, vagamente scientifica, al mattino è vedere la pressione massima e minima e i battiti cardiaci, questo mi permette di avere un’idea della mia condizione organica“.
In certe gare massacranti durate giorni e giorni ti sei messa alle spalle una marea di uomini. Significa che le donne sono più forti?
In gare molto muscolari un gap ci sarà sempre perché è ovvio che un uomo abbia muscoli più forti di una donna. Però nell’endurance più spinta tipo 350 km questo gap proporzionalmente si riduce rispetto ad una gara più corta. Sono sempre riuscita a stare nei primi dieci senza particolari difficoltà“.
Come si fa a fare 350 chilometri con 24.000 metri di dislivello in 88 ore?
Prima di tutto non devi guardare la cartina, non devi mettere tutto davanti altrimenti nei spaventi e non parti neppure. La strategia è quella di dividere il percorso in piccoli pezzi, così alla fine tutto diventa più gestibile. Penso a dieci chilometri alla volta“.


E quando dormite?
Io so di avere un’autonomia di circa 36 ore, potrei farne 40 senza dormire ma non sono sicura poi di rendere. Dormo sempre di notte, trovo idiota farlo di giorno perché il corpo non lo accetta. In una gara di questo tipo dormo due ore per notte, mi bastano“.
C’è un messaggio che vuoi lanciare attraverso la tua carriera e le tue imprese?
Una sconfitta o una cosa che va male è solo un piccolo passo per fare andare meglio tutto il resto. Dobbiamo sempre rialzarci e iniziare a correre più forti di prima“.
Mamma e atleta si può?
Tutto è fattibile, anche se molti sacrifici. Oggi che sono più grandi è più facile,  mi alleno quando non ci sono e quando arrivano a casa da scuola sono pronta per loro“.
Hai girato il mondo, quale è stata la gara più pazza che hai corso?
Nel deserto Gobi, di 60 chilometri. Molto bello ma ero in mezzo al niente, dal punto di vista della sirena non mi sentivo tutelata. Non andava mai il telefono e se anche fosse funzionato non  avrei saputo indicare dove mi trovavo, e mentre correvo ci pensavo. Mi sono persa, non riuscivo a venirne fuori. E nei giorni prima della gara non ero riuscita a mangiare nella maniera giusta perché non andavano le carte di credito. Insomma un disastro“.

 

Informazioni sull'autore

Matteo Angeli

Matteo Angeli

Direttore responsabile

Il fatto di aver avuto un papà bravo giornalista ha indubbiamente segnato la mia vita. Ma di sicuro lui non ha influito minimamente quel giorno che, appena diciottennne, rimasi folgorato da un tremendo fatto di cronaca. Chiesi ad un cronista di portami con se e fu in quel momento, mentre osservavo la scena, che sentii nascere qualcosa dentro: da grande anch'io avrei fatto il giornalista. Neppure il tempo di pensare che mi trovai in prova a Radio Babboleo, l'emittente più importante della mia terra, la Liguria. Quindi l'assunzione, poi le prime esperienze in tv, sui giornali locali, fino ad approdare al "mitico" Corriere Mercantile. Cronaca nera, politica, spettacoli e poi sport, tanto sport. Poi tante altre esperienze, di ogni tipo, in ogni campo. Oggi dopo quasi trent'anni il giornalismo è cambiato, e non poco. Io, a parte qualche ruga e qualche capello bianco, sono invece rimasto lo stesso. Pronto all'ennesima sfida.

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