Francesca Porcellato, campionessa paralimpica, nasce a Castelfranco Veneto nel 1970 e a soli diciotto mesi, a causa di un incidente, perde l’uso degli arti inferiori. La carrozzina però non impedisce alla “rossa volante” di conquistare medaglie e collezionare sport; dall’atletica leggera allo sci di fondo, fino ad arrivare al ciclismo.

Alla tua collezione di medaglie mancava solo il Giro d’Italia
“Sì, in effetti la maglia rosa al Giro ha un significato simbolico molto forte. Ci tenevo tanto e ne sono soddisfatta”.

Prossima sfida?
“Punto a Tokyo 2020, ma prima ci sono i Mondiali in Olanda a settembre 2019”.

Ci racconti la tua quotidianità?
“Tempo libero ne ho pochissimo. Pratico sport a livello professionistico, sono un’atleta a tempo pieno quindi mi alleno tutti i giorni. Poi ci sono le gare, le interviste, le visite alle scuole e mille altri impegni, ma sono anche una comune casalinga che pulisce e cucina, ad esempio amo preparare i risotti per il mio uomo.  Dino è il mio tutto; compagno, allenatore e soprattutto motivatore. Lui ha vent’anni più di me, era il mio tecnico della nazionale. Oggi eccoci qua, a Valeggio sul Mincio dove abitiamo insieme da oltre vent’anni”.

Era  destino quindi?
“Eh sì… io credo molto nel fato, nel bene e nel male. Come la mia situazione, se era destino che dovessi vivere così è giusto che io cerchi di trarne tutti i vantaggi possibili”.

Come è avvenuto l’incidente?
“Avevo diciotto mesi, giocavo in cortile. Dal cancello entrò un camion con la cisterna della benzina, cercava il distributore dove doveva consegnare il gasolio. Il camionista aveva fretta, era agitato, probabilmente in ritardo. Ha dichiarato ai giudici che, uscendo dalla corte, mi ha scambiata per una bambola, non si era accorto fossi una bambina, e mi è venuto addosso”.

Come è stato il post incidente per te?
“Dopo il ricovero in ospedale i miei genitori decisero di trasferirmi in un istituto a Roma. Fossi rimasta a Riese (Treviso)  avrei fatto riabilitazione poche ore la settimana, a Roma invece la facevo ogni giorno. È stata la mia fortuna perché la fisioterapia era fondamentale per me. A sei anni poi sono rientrata in Veneto”.

Qual è stata la tua reazione alla sedia a rotelle?
“Tornata a casa ho scoperto la carrozzina mentre fino ad allora avevo portato solo tutori. Quando mi sono seduta sopra ho provato una sensazione di libertà indescrivibile e, fin da subito, ho sognato di diventare un’atleta, avevo una voglia irrefrenabile di correre. Io con la carrozzina ho sempre fatto tutto; ho giocato a pallavolo, ho corso e non mi sono mai privata di nulla. A dieci anni ho chiesto a mio fratello Sergio di legare con una corda la mia carrozzina alla sua bici e di pedalare velocissimo. Dopo pochi metri sono caduta, ma è stato bellissimo ugualmente”.

Quindi il tuo sogno era quello di correre?
“Tornavo da scuola, facevo i compiti in fretta e poi via… fuori a spingere sulla carrozzina per andare il più veloce possibile. Sentivo che c’era la possibilità anche per me di diventare un’atleta ma non sapevo come. A quei tempi non c’era internet, non avevo idea di dove trovare una società per atleti disabili ma non mi sono mai arresa. Ho continuato ad allenarmi”.

Poi il passaggio allo sport vero…
“A sedici anni ho conosciuto dei disabili che praticavano l’atletica e ho iniziato: i 100, i 200 e i 400 metri. A diciotto ho vinto l’oro nei 100 a Seoul. La maratona, il mio grande amore, l’ho provata per una scommessa vinta con mio marito, allora tecnico della nazionale. Non credeva che potessi conquistare una medaglia e invece è arrivato il bronzo nei 400 metri, così ha dovuto accompagnarmi alla maratona di Firenze che poi ho vinto”. 

Francesca Porcellato

Poi l’esperienza dello sci, un’altra scommessa?
“Il tecnico della nazionale stava ricostruendo la squadra per Torino 2006, cercava atleti già formati e mi ha contattata. Non avevo mai sciato in vita mia, così ho declinato. Ma quando è tornato all’attacco ho accettato di provare e mi è piaciuto un sacco… “.

Francesca Porcellato

Quante discipline sportive hai praticato in questi anni?
“Ho iniziato dall’atletica leggera con ben sei paralimpiadi, poi ho praticato lo sci di fondo e infine, nel periodo estivo ho preso una handbike, disciplina per la quale ho perso subito la testa”.

Secondo te  lo sport paralimpico ha la visibilità che merita?
“Ora c’è Bebe Vio che è famosissima, ma quando ho iniziato io lo sport paralimpico non si conosceva e i media non ne parlavano. Non c’era internet, era difficile anche per noi atleti avere informazioni. Ho vissuto tutto l’iter di crescita e uno dei canali più efficaci è stato quello delle maratone, a cui partecipano migliaia di persone. I primi anni ci vedevano come dei poveretti, sentivo i commenti… poi hanno capito e apprezzato, e ora, finalmente, ci vedono come atleti veri”.

Quanto conta per te la femminilità?
“Tantissimo, mi piace essere a posto in ogni occasione, vario dai tacchi alti agli stivali. Poi sui campi di gara, bardata col berrettone, non mi resta che sbizzarrirmi con i colori, soprattutto l’azzurro che è il mio preferito”. 

Allora ti senti la “rossa volante” solo per i capelli?
“No, anche quel “volante” del soprannome mi piace molto: rende l’idea di come sono, felice e libera, quasi una farfalla mentre gareggio. Sono molto soddisfatta dei traguardi che ho raggiunto e credo  di aver ottenuto più di quanto sognassi”.

Sei felice?
“Ho sempre creduto, anche nei momenti no, di potercela fare. Non mi sono mai arresa e oggi sono felice.  Molto felice”.

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