La bicicletta è un mezzo povero. La sua nascita e comparsa nel mondo è da sempre stata legata ai mestieri più antichi. Ne abbiamo scritto più e più volte, noi che con la storia della bicicletta abbiamo a che fare giorno dopo giorno. Così, come venne usata da Gino Bartali per trasportare documenti riservati, stretti stretti nel tubolare della sua bici verve ramarro, tra le Curie di Firenze e Perugia durante la guerra che imperversava attorno a lui, è stata usata dal popolo afghano per fuggire dai luoghi non più sicuri, unico mezzo possibile che diventa una piccola metafora di libertà durante questi momenti di disperazione.

La bicicletta come mezzo di libertà

La bici è stato anche il mezzo scelto dalle donne di questa terra martoriata da una guerra che non sta a noi etichettare, noi che ci occupiamo essenzialmente di sport (e di donne), per percorrere una lunga strada verso l’affermazione come esseri umani.
Sembra un paradosso se guardiamo alle nostre vite, così lontane dalla guerra e così poco pronte a comprendere, a capire cosa voglia dire essere prese a sassate solo perché si muovono i piedi leggeri sui pedali, magari sgangherati, di una vecchia bici.

“Con i Talebani le bici, simboli della battaglia delle donne contro una società che le voleva schiave, spariranno di nuovo.”

Giovanni Battistuzzi

La richiesta di silenzio di Giovanni Battistuzzi

Lo aveva fatto Giovanni Battistuzzi, compagno di tante edizioni di Eroica, autore e giornalista de Il Foglio, nel suo bellissimo articolo per Girodiruota nel quale aveva raccontato la storia di Hans Mossen, imprenditore e attivista svizzero che da tre anni andava e veniva da Herat dove aveva iniziato un progetto per aiutare le donne afghane a muoversi in bicicletta. Qualche dettaglio e qualche circostanza espressa nell’articolo che, soprattutto su consiglio di chi vive la situazione afghana, poteva rappresentare un pericolo, hanno spinto Giovanni, a poche ore dalla pubblicazione, a oscurare il pezzo e lasciare un suo pensiero (che io condivido in pieno).

Tutta l’informazione che stiamo facendo in queste ore, oltre a denunciare una situazione insostenibile dal punto di vista umano, potrebbe rappresentare una “fonte” di informazioni di troppo soprattutto in questo momento durante il quale c’è molta incertezza, paura e confusione sulla sorte delle donne.

Spero dunque che ognuno di noi, almeno in questi primi istanti di grande smarrimento, metta da parte il proprio mestiere dedicato al notiziare storie e particolari con volti e nomi e tuteli, con le proprie armi, il rispettoso silenzio, la vita di queste ragazze, in pericolo per aver pedalato in Afghanistan.


Lunedì è stato pubblicato su Girodiruota un articolo che raccontava la situazione delle cicliste in Afghanistan. La situazione nel paese è, come è noto a tutti, difficile, caotica, pericolosa.
L’articolo è stato molto condiviso, è stato letto da molte persone, in molti ne avete parlato. Per questo vi ringrazio.
Riportava però nomi e luoghi, che sebbene fossero già noti (venivano riportate interviste pubblicate nei mesi scorsi), potrebbero aggravare la già precaria situazione delle cicliste ancora laggiù.
Tutto ciò mi è stato segnalato oggi da una persona che si sta occupando della sicurezza delle ragazze che si trovano in Afghanistan. Cortesemente mi è stato chiesto di sospendere la pubblicazione del post per qualche giorno in modo di togliere attenzione mediatica, per quanto piccola data la minuscola rilevanza di questo sito, sulla condizione delle ragazze.
Ho deciso di assecondare alla richiesta nella speranza che ogni cosa possa concludersi in modo positivo.
L’articolo sarà disponibile nei prossimi giorni.
Per evitare polemiche inutili, vi segnalo che non si tratta di censura o similari. Ritengo che esista un diritto di cronaca e di racconto e un uguale diritto a fidarsi di chi ha più esperienza in determinate situazioni. E a fidarsi di chi ha maggiore conoscenza su determinati argomenti.
Saluti
Giovanni Battistuzzi