Chiara Meli, è di Ragusa. E’ uno scricciolo di mediana. E’ la prova vivente che con qualsiasi fisico e con tanto tanto impegno si possono raggiungere risultati.  Il bello del rugby, quello quotidiano. Chiara infatti è un esempio per ragazzine e genitori.  E’ il suo valore perché il rugby nella sua semplicità fa rima con versatilità.
Incontrai Chiaretta Meli  da giocatrice e la ritrovo oggi educatrice dei ragazzini del Mini nel Ragusa Rugby Union. Per questo, mi piace ricordare questo frammento di rugby femminile.
Diversi anni fa, giunsi a Ragusa per occuparmi della comunicazione del Padua. Un club storico che oggi non esiste più.  Confluito – dopo cinquant’anni di storia – in un nuovo club venuto fuori  dalla sua unione con l’Audax, altra squadra cittadina.
Oggi infatti esiste il Ragusa Rugby Union che incanala tutta la lunga tradizione sportiva di questa città.
Chiaretta fu la prima ragazza che conobbi in quel Padua  e quella – senza nulla togliere a nessuna – che mi è entrata più nei ricordi. Ami il rugby quando ne apprezzi le sfumature e le trasparenze, come un buon olio, i percorsi che portano le persone a crescere e diventare forti. Forti di una lotta contro molte cose buie che si svegliano la notte, che abitano nel tuo cuore quando è giorno, che ti impediscono di vivere quello che sei e per come tu potresti fare.  Le impurità vanno via via verso la chiarezza e la limpidezza.
E’ così per i frutti di questa generosa terra come è il Ragusano. Ed è così per le ragazze che fanno rugby. Non si scappa.
E con il riferimento all’olio l’inevitabile citazione colta che ne deriva: Riporre le armi nelle avversità, diceva Shakespeare, o mettersi a lottare? Vivere o dormire e quindi morire?  Non è tanto fuori luogo questo accostamento.
Sia che tu sia un sovrano, un padre di famiglia, sia che tu sia un massaro che deve dare vita ai suoi fondi per farli fruttare. E naturalmente sia che tu sia una piccola giocatrice di rugby. Chiaretta oggi è felice. Col suo ragazzo, col suo bassotto.
Lei  è stata una che si è gettata dentro la sua vita perchè si è aggiustata gli occhiali tondi sul naso e ha deciso che non era ora di mollare. Per lei stessa, per le sue compagne, per i suoi genitori e i suoi conflitti per tutta la vita. E ha vinto, silenziosamente e senza retorica o modi appariscenti.
I primi tempi la vedevo sempre timida e appartata. Non si staccava mai dalla sua amica del cuore Ramona Scribano. Si allenava insieme a lei, lungo il perimetro del campo, si guardavano spesso. E ne cercava la forza, quella che si dividevano entrambe. Anche Ramona è una ragazza appartata e discreta. Ma insieme erano la forza che le ha spinte a giocare a rugby. Anche se è inevitabile. Crescendo ci si stacca e bisogna camminare da soli. Si deve scegliere e seguire la propria personalità.


Non è facile, fa anche paura. Ma prima o poi tutte le ragazzine che iniziano a giocare a rugby e a vivere si trovano di fronte a questa scelta.
Ricordo, a tale proposito, un episodio. Stavo terminando il mio rapporto col Padua. Sarei andato via a giorni e mi fermai quel pomeriggio a bordo campo per salutare German Greco, il coach della prima squadra di allora. Non so perché, forse perché non mi faccio mai i fatti miei, ma mi venne spontaneo. Chiesi a German Greco di prenderla sotto la sua ala protettiva. Gli dissi. “Sono certo che Chiaretta diventerà una grande  educatrice dei bambini“.
Deve prima imparare a giocare a rugby” mi rispose sorridendo con dolcezza l’Argentino che le persone le capisce con uno sguardo.  ” Giocare a rugby” non era solo a quello che in tutta la stagione passata aveva fatto Chiaretta che si riferiva ma a quello che si è e si pensa quando si gioca a rugby, a come si assorbe l’avversario, a come si conservano stretti al petto i sogni per andare a meta o avanzare di un metro soltanto magari. Si riferiva a qualcosa dentro che questa piccola e grande donnina ragusana ha saputo mettere fra lei e le sue paure, fra il mondo bello e luminoso e i suoi dolori.
Lasciai Ragusa e il Padua e gli anni passarono. Poi finì in un’altra società. I Fenici di Marsala.  E fu durante un torneo, il Millemete, che vidi una ragazzina esile con gli occhiali tondi venirmi incontro sorridendo in mezzo ad una piccola folla di giocatorini vestiti di azzurro e blu. La riconobbi, Era Chiaretta. Era la loro Coach. Ci abbracciammo.  Che bello il rugby per tante piccole, ingenue storie che regala. Basta saperle ascoltare nelle vite delle persone.
Il rugby del Sei Nazioni e del Super rugby è bello. Ma non è quello più importante. Il rugby è molto di più. Si gioca ogni giorno.


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