Catcalling un fenomeno che mi tocca da vicino e vorrei parlarne con calma, non solo in questo mio primo articolo qui su Sportdonna.it.
Ehi bella!” No, questo non è un complimento. Alzi la mano qualche ragazza a cui non è mai successo di sentirselo urlare lungo la strada. Vedo poche mani, quasi nessuna.

Amo lo sport sin da bambina

Ma partiamo dal principio, così, per conoscerci un po’ meglio: sono Lilli, ho 27 anni e sono nata in un piccolo paesino immerso nel verde, poco fuori Verona.
Faccio sport fin da quando sono piccola, nuoto in particolar modo, perché per i miei genitori era importante che io imparassi a stare in acqua in sicurezza, soprattutto per mia mamma, la quale invece ha molta paura. Sono cresciuta così: a pane, acqua (in tutti i sensi) e scuola.
La mia insicurezza iniziale si è trasformata in amore per la piscina e sono diventata una nuotatrice agonista, continuando a nuotare ogni giorno, finita la scuola, dopo un pranzo ingurgitato al volo a casa se andava bene, in macchina lungo il tragitto se i tempi erano un po’ stretti o direttamente sulle tribune del piano vasca se all’allenamento arrivavo accompagnata in moto sempre dal papà (il quale attraversava almeno 3 volte al giorno la città per uscire dal lavoro e venire a prendermi a scuola/portarmi in piscina/riaccompagnarmi a casa); fortuna che poi ho preso il patentino e con il mio Aprilia cinquantino sono riuscita per la maggior parte ad arrangiarmi (neve e intemperie permettendo).

Il catcalling

VI chiederete perché vi sto raccontando tutto questo in un articolo di catcalling.
Lo sto facendo perché lo reputo estremamente importante per lo sviluppo del mio modo di pensare e di vedere le cose.
Sono cresciuta in una famiglia di 5 persone, con i miei genitori che hanno fatto i salti mortali per riuscire a far fare sport a me (e alle mie due sorelle) facendo combaciare tutto con il lavoro; ci sono stati momenti molto difficili e anche se ero piccola e facevo finta di niente le cose le capivo; capivo che c’erano alcune difficoltà economiche (mia mamma ha rinunciato al lavoro per poter farci crescere nel miglior modo possibile) ma nonostante questo non mi è mai mancato nulla, mai.
Sono cresciuta facendo sacrifici per poter fare sport in libertà, e sono cresciuta con l’idea che in quanto donna non dovevo valere meno di un uomo.
E sapete questo chi me lo ha insegnato? Il mio papà. Si, me lo ha insegnato un uomo.
Mi ha insegnato il rispetto, mi ha insegnato a non farmi mettere i piedi in testa da nessuno e a essere fiera di me stessa.

I problemi di una ragazzina adolescente

Tutto questo negli anni dell’adolescenza, ossia quel periodo in cui il mio corpo è cambiato, sono ingrassata tanto e venivo presa in giro dai miei compagni di squadra.
Provateci voi, a infilarvi un bel costume da nuoto, ogni giorno, e andare in piscina ad allenarvi con i vostri “amici” maschi che ridono dei vostri fianchi, dei vostri brufoli, dei peli sulle gambe o sotto le ascelle e che vi cantano “Beautiful monster” (non come complimento….).
E’ da lì che parte tutto: o ti sottometti e rinunci, o resisti e cresci.
Io ho resistito e sono cresciuta.
Ora ho 27 anni, sono laureata col massimo dei voti in infermieristica, sono un’atleta, convivo da 5 anni con il mio fidanzato e per diletto faccio anche qualche shooting fotografico con aziende di prodotti sportivi.
Tante persone adesso mi fanno i complimenti per quello che sono diventata e anche per come sono cambiata; tante persone, comprese alcune di quelle che sul piano vasca qualche anno fa mi deridevano. Quando esco a correre, almeno due/tre volte ad allenamento mi capita di sentire frasi non richieste o strombazzate di clacson, come fossi un essere inanimato a cui poter fischiare o suonare senza rispetto. Mi fa schifo.
Mi fa sentire male perché vuol dire che la gente vede solo le mie gambe lunghe magari scoperte fin sopra il ginocchio e qualche pezzo di pelle al sole; non vede in me una donna, una figlia, una fidanzata, una persona. Strombazzare il clacson a una ragazza che corre non è un complimento, è mancanza di rispetto.