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L’incredibile storia di Monica Priore, il “delfino” che nuota con il diabete di tipo 1

L'incredibile storia di Monica Priore, il "delfino" che nuota con il diabete di tipo 1

“La vita con un problema del genere viene stravolta; come è successo a me che avevo cinque anni e mi sono ritrovata all’improvviso a dover fare un sacco di punture, punture di insulina, senza le quali sai che non potresti vivere. Non è stato facile per me e non lo è stato per la mia famiglia, per me inizialmente era come un gioco che non amavo fare e che speravo, prima o poi, potesse finire. E invece è ancora qui a farmi compagnia, e lo farà per tutta la vita”.

Lo sport è stata la sua ancora di salvezza, il mezzo per potersi riappropriare della parola normalità. Questa è la storia di Monica Priore, classe 1976, il “delfino con le ali di farfalla”, che ha dovuto lottare contro un avversario chiamato diabete, non solo in vasca ma anche nella vita di tutti i giorni.

Il tuo rapporto con lo sport come nasce?
“A undici anni entrai in una squadra di pallavolo, mi piaceva stare con le altre e giocare, per me era un modo per dimostrare a me stessa e agli altri che non ero diversa, anche se poi rispetto alle altre avevo qualche difficoltà in più. A volte per la fatica, arrivava la crisi ipoglicemica ma, nonostante questo, la palestra era uno dei rari luoghi in cui mi sentivo normale. Non è stato semplice sottoporre il mio fisico a certi sforzi, ma sono stata testarda, sono andata contro i consigli di tutti, medici compresi, che erano contrari al fatto che potessi fare attività fisica, soprattutto a livello agonistico. E oggi posso dire di aver vinto io”.

E infatti, proprio per parere medico contrario, per un certificato non rilasciato, hai dovuto abbandonare la pallavolo. Come andarono le cose?
“La squadra per la quale giocavo era entrata in Federazione, per poter giocare serviva il certificato medico per l’attività agonistica, e proprio a causa del diabete, il medico non mi diede il consenso per farmi proseguire quell’avventura. Per me è stata una mazzata, ero una ragazzina alla quale avevano tolto l’unica cosa che amava fare. È così che poi ho ripiegato sul nuoto. Da subito uno degli istruttori mi chiese se volevo iniziare a far parte della squadra master, io approfittai del fatto che il diabete, fortunatamente o sfortunatamente è una malattia invisibile, quindi non dissi niente e superai la visita. Feci i primi campionati regionali, vinsi un bronzo nei 400 stile libero e dopo quel podio dichiarai alla stampa di essere diabetica. Da quella medaglia è iniziata la mia battaglia che ancora oggi sto portando avanti, perché l’attività fisica è di fondamentale importanza nella gestione di una malattia cronica come il diabete”.

Per assurdo possiamo dire che questa malattia ti ha in qualche modo “arricchita”?
“Io non so come sarebbe stata Monica senza il diabete ma suppongo che non sarebbe stata la stessa; di sicuro non sarei così combattiva, perché quando la vita è facile molto spesso non si ha modo di apprezzare ciò che si ha, si dà tutto per scontato, io invece ho dovuto lottare per fare quello che ho voluto e per entrare in un ambiente, quello sportivo, che mi ha sempre messo di fronte mille paletti”.

“Volere è potere”, tu sei l’emblema di questo detto?
“Sì, volere è potere è diventato il mio motto e sono fermamente convinta che sia così, la forza di volontà, qualsiasi problema tu possa avere, è l’unica forza in grado di permetterti di affrontare le prove che la vita ti mette di fronte. Ci vuole tanta determinazione altrimenti non si va da nessuna parte”.

Il momento più duro e quello più emozionante da atleta?
“Gli alti e bassi ci sono di frequente. Ricordo ad esempio la  traversata nel Golfo di Napoli, il mare era parecchio agitato, le onde lunghe di cinquanta centimetri avevano indotto la Capitaneria di Porto a mettere in discussione l’uscita in mare, ma a me da un orecchio era entrata e dall’altro era uscita. In quell’occasione sono passata dal timore di non potercela fare, dopo un anno di duri allenamenti, alla gioia di non aver deluso le aspettative dei ragazzi diabetici che aspettavano il mio arrivo sull’altra spiaggia”.

Il tuo coraggio funge da esempio per chi ha la sfortuna di avere dei problemi di salute. A proposito sappiamo che hai qualcosa in serbo…
“In cantiere c’è una fiaba che sto autopubblicando dal titolo “Il delfino con le ali di farfalla”, un racconto che vorrei far girare negli ospedali pediatrici. La storia di un delfino che ha delle difficoltà fisiche che lo fanno sentire diverso rispetto agli altri ma che alla fine, grazie a delle ali di farfalla, comincia a saltare più in alto di tutti gli altri. Il fine è quello di far capire a tutti bambini che non devono mai smettere di credere, di sognare e di lottare. Esattamente come ho fatto io”.

Informazioni sull'autore

Laura Rossetti

Laura Rossetti

Nata a Genova il 31 luglio del 1978.
Mi sono sempre definita poco genovese nel carattere e poco femminile nelle passioni.
Da bambina preferivo il pallone alle bambole e oggi i tacchetti ai tacchi.
A scuola ero una bomba in italiano ma completamente incapace in matematica.
Istintiva, generosa, curiosa e alla perenne ricerca di nuove motivazioni, sono un'insoddisfatta cronica, troppo ambiziosa per non essere esigente con me stessa.
Amo lo sport, il calcio in particolare, viaggiare e consolarmi dalle piccole delusioni con lo shopping.
Il mio motto? Nulla paga più dell’ammirazione di chi stimi...

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