Mara Faravelli, classe 1994, è difensore della nazionale azzurra e del team dell’hockey Civitavecchia. Dopo numerose convocazioni con la nazionale senior, sogna un giorno di poter andare alle Olimpiadi con la maglia azzurra, sperando che l’hockey inline possa diventare una disciplina olimpica…
Com’è nata la tua passione per l’hockey?
“Abito vicino ad un piccolo paese che si chiama Monleale dove era presente un centro sportivo con un anello di velocità. Un’estate, durante un centro estivo, è arrivato un signore che in futuro è diventato il mio primo allenatore, che ha cominciato a mettermi i pattini ai piedi. C’ero io, mio fratello e tutti i miei compagni storici. Da lì abbiamo iniziato a pattinare. In più, c’era la squadra di hockey ad Alessandria. Avevo 6/7 anni e ho cominciato a giocare a 8/9. Non mi piaceva molto, all’inizio. Era uno sport prettamente maschile, l’hockey inline ti permette di giocare con gli uomini. Anche in età adulta. E’ l’unico sport misto in tutte le categorie”
In quali squadre hai giocato fino  a questo momento?
“La mia base è stata l’ASD Monleale Sportleale Hockey, in squadra mista. Nel femminile,invece, ho giocato con il Piacenza 3 anni, prima avevo fatto un anno con l’Ariccia e ora Civitavecchia. In aggiunta a questo, da quest’anno ho cominciato a giocare a hockey su ghiaccio. L’hockey inline(giocato sui pattini in linea) si è cominciato a giocare in estate quando non era possibile avere le piste da ghiaccio. Discendiamo come sport dall’hockey ghiaccio, mi sembra di aver cominciato da zero una nuova disciplina”
C’è un allenatore/allenatrice che ti ricordi più di altri?
“Ne ho due che sono nel mio cuore e non posso non citarli. Uno è stato Marco Oddone abbiamo fatto tutte le categorie insieme come compagni di squadra, lui ha un paio di anni in più di me e, da qualche tempo, ha deciso di intraprendere la carriera da allenatore. E’ diventato il mio allenatore quando avevo 16/17 anni e, grazie a lui, sono entrata nella prima squadra nazionale. Grazie a lui ho fatto un salto di qualità.L’altra allenatrice che voglio citare, attuale coach della squadra nazionale juniores femminile e mia attuale allenatrice, si chiama Martina Gavazzi. E’ stata per tanti anni capitana della mia squadra. Negli ultimi anni è diventata allenatrice e grazie a lei sono cresciuta molto come persona e come giocatrice”
Quando è arrivata la prima chiamata in Nazionale?
“A Tolosa 2014”
Che emozione è stata indossare la maglia azzurra?
“La prima volta è stata per un’amichevole, avevo i brividi e le lacrime. E’ davvero un’emozione indescrivibile. Poter rappresentare la mia nazione facendo quello che amo è la cosa più bella del mondo, senti la responsabilità della maglia azzurra.”
Raccontaci un anedotto divertente della tua carriera…
“I genitori sono molto restii a far praticare hockey perchè lo reputano pericoloso. Nella mia vita, l’unica volta che non ho giocato a hockey, a 13 anni, ero andata a fare un allenamento di pattinaggio artistico dove non esiste il contatto fisico, mi sono rotta la caviglia.”
Sei scaramantica? Hai un rito prima di una partita?
“Quando mi vesto da hockey, metto sempre prima la parte destra. Poi c’è il classico urlo pre partita, ogni squadra ha il suo. Durante l’urlo devo sempre sbattere con la stecca il palo destro e mettermi lì. Quella è la mia posizione durante questi rito di squadra.”
Qual è stata la tua maggiore soddisfazione sportiva?
“E’ sempre legata ad un Mondiale, a quello del 2019. Durante i World Roller Games, ogni 2 anni la Federazione degli sport rotellistici organizza questa manifestazione dove fanno i mondiali di tutti gli sport di rotella. Ci sono tante persone, l’anno scorso eravamo a Barcellona con la Nazionale Senior e, per la prima volta, siamo arrivate in finale 3/4 posto con la Spagna,battendo squadre come Canada e Francia, perdendo all’overtime. Battere una squadra come il Canada fu una grandissima soddisfazione, era impensabile ad inizio Mondiale, eravamo una squadra bellissima”
La tua delusione più grande?
“Una non convocazione per il Mondiale di Rosario in Argentina. Quell’anno avevo fatto il campionato migliore di tutta la mia carriera, mi sentivo in forma, poi, per un piccolo problema fisico, lo staff aveva deciso di non convocarmi per quei Mondiali, nonostante avessi dato la mia totale disponibile e mi sentissi pronta per giocare. Avevo 20 anni, ero nel pieno della forma e questa scelta, mi buttò molto giù a livello di testa.”
Cosa manca all’hockey per diventare uno sport più conosciuto?
“E’ uno sport completo e bellissimo. Purtroppo, è uno sport molto giovane, l’hockey inline è in Italia da soli 25 anni. In più, le società hanno poco budget a disposizione e la visibilità è molto poca. Basterebbe mandare una partita in tv per capire la bellezza di questo sport. Il nostro è uno sport dove le società si impegnano tantissimo, dovrebbe esserci un maggiore aiuto da parte della Federazione. I progetti sono fatti solo dalle società,dovrebbe esserci un progetto a livello italiano. Devo dire che, nell’ultimo anno la situazione un pochino è molto migliorata e qualcosa si sta muovendo.”
Tre aggettivi per descriverti…
“Emotiva, nel bene e nel male, le mie compagne mi prendono in giro e dicono che sono piagnona perchè ho la lacrima facile. Sono combattiva, bisogna lottare sempre fino alla fine. Altruista a livello di gioco, mi piace fare il gioco, sono un difensore che crea il gioco. Faccio viaggiare il dischetto.”
Quali sono i tuoi hobby?
“Quando non gioco a hockey inline, gioco a hockey ghiaccio. Vado a cavallo e sono un’appassionata di fotografia. Sono sempre in giro con gli amici che ho sparsi un po’ per tutta Italia”
Il tuo sogno nel cassetto?
“Ovviamente, andare alle Olimpiadi. Purtroppo, l’hockey inline non è ancora sport olimpico, mi auguro che, prima o poi, possa diventarlo. Tra sei anni ci saranno le Olimpiadi in Italia di hockey ghiaccio, sarà bellissimo vedere partite con squadre come Canada e Stati Uniti, mi emoziono solo a pensarci. Poi, chissà, viverli da protagonista, sarebbe ancora più bello…”.

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