Una conversazione di Sportdonna con Natalija Pavlovic – Pilone destro di Ringhio Rugby Monza 1949 nel campionato italiano di serie A – non è nulla di scontato e tradizionale. Si parla di tante cose in maniera approfondita, leggera, con ironia garbata. Una ragazza solare con cui potresti conversare ore di rugby ma non solo… specialmente a merenda.
La prima cosa che colpisce di te è il trovarsi di fronte a un ingegnere aerospaziale che gioca a rugby facendo meravigliose torte. Chi è Natalia?”
Sono, innanzitutto, una cittadina del mondo. Sono nata nella ex Jugoslavia (ora Serbia) e all’età di 7 anni mi sono trasferita in Italia ma ora il mio sogno è quello di andare a vivere in Scozia; mi sento insomma un melting pot di tutte queste nazioni   Mi sono sempre sentita “fuori misura” rispetto al mondo circostante. Sono sempre stata la più alta di tutti; pensa che in seconda elementare portavo già il 39 di piede ed in quarta ero più alta anche della maestra   Ma grazie al rugby ho trovato un posto fatto su misura per me“.

Da quanto giochi a rugby?
Questo ormai è il mio sesto anno di rugby ed il terzo con le Ringhio Rugby Monza. Amo questo sport perché non fa discriminazioni sulla taglia (sia orizzontale che verticale  ). Ho giocato per 4 anni a pallavolo ma non era proprio l’ambiente per me…troppo femminile.  Il rugby mi ha salvata…stavo passando un periodo pesante in università quando un mio vecchio amico mi ha chiesto se fossi interessata a tornare a giocare…non ho esistato ad accettare e devo dire che è stata la miglior decisione della mia vita. Affrontare quel periodo buio e difficile è stato molto più facile con una squadra accanto“.
Fino a trovare l’amore…
Certo! Amo la Scozia, sia come squadra rugbystica che come nazione. Amo anche Jonny Gray, ma non so se questo si può dire… ahahaha.  Mi sento molto affine a questo popolo, per tante cose molto di più che alle due nazioni che mi hanno dato la vita e mi hanno cresciuta. In mezzo al popolo scozzese mi sento proprio a casa“.
E la tua anima da ingegnere?
Si dice che “una donna abbia sempre ragione” ma anche che “un ingegnere abbia sempre ragione” e quindi ho deciso di essere entrambi.  Scherzi a parte, il mondo aeronautico e spaziale mi ha sempre interessato tant’è che come scuola superiore ho frequentato un istituto tecnico aeronautico. La scelta di proseguire con la laurea triennale in ingnegneria aerospaziale e poi con la laurea magistrale in ingegneria aeronautica con indirizzo propulsivo è stata quasi naturale- Mi piace sapere come sono fatte e come funzionano le cose e mi piace conoscere la fisica dietro a tutto quello che ci circonda. Mio padre ha avuto la (s)fortuna di avere due figlie femmine ma io sono da sempre il “suo figlio maschio” che lo aiuta nei lavori manuali e nei lavori di casa. Mi piace anche la precisione (delle volte fin troppo maniacale  ) e soprattutto la matematica. Amo i numeri“.
Eppure Natalija non è solo rugby e numeri…
Mi piace anche cucinare, sia dolce che salato. È uno di quei momenti in cui posso rilassarmi e staccare la spina. Ho perso, in un anno e mezzo, entrambi i nonni materni ed ora mi è rimasta solo la mamma di mio papà. La cultura serba è piena di tradizioni che di solito vengono celebrate con cibi particolari fatti in casa e, negli ultimi sei mesi, ho “costretto” (con sua immensa gioia) l’unica nonna che mi è rimasta, ad insegnarmi a cucinare tutti questi cibi tradizionali. Non voglio che vadano perse quando la vecchia generazione della mia famiglia non ci sarà più.  Ma questo non vuol dire che non cucini anche i cibi italiani! A quanto pare il mio piatto forte è il tiramisù. Devo ammettere che devo ancora provare a cimentarmi con i piatti scozzesi ma è una sfida che non vedo l’ora di affrontare“.

Donne che giocano, che lavorano, che sognano in amore, in famiglia e impegnandosi in politica. Il rugby femminile secondo te, lo sport in genere, possono insegnare qualcosa alla società oggi? È un’utopia pensare che le donne potranno migliorare il mondo se non cambiarlo?
“Credo che lo sport, al giorno d’oggi, sia qualcosa di fondamentale per la crescita caratteriale di una persona. Il rugby insegna e mi ha insegnato che non si può arrivare da nessuna parte senza la collaborazione e che questa voglia di collaborare e costruire insieme debba però partire dal singolo. È quindi un’insegnamento duale, che ci spinge ad uscire dalla nostra comfort zone, ad affrontare le nostre paure ed a metterci in gioco, per ottenere risultati più grandi di quelli che un singolo può raggiungere. E senza la fatica, i sacrifici e la voglia non si va da nessuna parte. Non sono una di quelle fanatiche del femminismo ma sono convinta che le donne potranno migliorare il mondo. Guardo il rugby e vedo una come l’australiana Nicole Beck vincere le olimpiadi di Rio e tenere in braccio sua figlia di 5 anni…e poi avere altre 3 figlie e continuare a giocare. Questo significa che si può essere sia madre che sportiva, donna in carriera o quello che vogliamo Nell’ambito dell’ingegneria vedo sempre più donne di successo che si affermano facendo piccole passi ma che poi portano a risultati enormi. Ma, come ci insegna il rugby, il mondo possiamo cambiarlo solo tutti insieme”.
Mi piace finire l’intervista a un ingegnere aerospaziale rugbista chiedendole: verso quale mondo stiamo andando?
Il mio professore di Propulsione cita sempre un grande scienziato russo e pioniere dell’astronautica, Konstantin Eduardovich Tsiolkovsky, secondo cui «La terra è la culla dell’umanità, ma non si può vivere per sempre in una culla.» Quindi, visto l’annuncio del 6 gennaio fatto dalla NASA, che riguarda la scoperta dell’esopianeta TOI 700d (fatta dal satellite TESS) che si trova nella zona potenzialmente abitabile della costellazione Dorado e ha circa le stesse dimensioni della terra, mi piacerebbe dirti che stiamo andando verso quel mondo, e un po’ in verità ci spero che tra due o tre generazioni avremo il coraggio e la tecnologia adatta per farlo davvero. Ma per ora credo che stiamo semplicemente andando, più lentamente delle lumache, verso la consapevolezza che una casa ed un mondo già lo abbiamo ma che dobbiamo solo prenderci un po’ più cura di lei. Almeno finché non saremo pronti a lasciarla“.  

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