Il “calcio è di tutti” è uno dei claim che più volte è stato associato alle campagne di comunicazione di questo sport praticamente in tutto il mondo. Ma è davvero così? 

Questo l’abstract dell’intervento “Gender, equity and diversity”, moderato da Marco Gardenale di We Are Female Athletes, l’agenzia di sport management per sole atlete che, sul palco del Social Football Summit, ha intervistato Ludovica Mantovani, presidente della Divisione Calcio Femminile della FIGC, Michele Uva, director of Football & Social Responsability della UEFA, e Sarah Varetto, executive vice president Communication, Inclusion and Bigger Picture di Sky Italia.

Non è uno sport per signorine

Dovete sapere che il calcio non è uno sport solo per uomini. Non ve l’ha detto nessuno che abbiamo donne che da anni (prendiamo l’esempio di Regina Baresi che oggi sta giocando la partita contro il gender gap) corrono sull’erba inseguendo un sogno? Un sogno semplice, che accomuna bimbi e bimbe e cioè quello di diventare bravi atleti e vincere coppe e medaglie. Ma anche i sogni soffrono di una certa discriminazione soprattutto se riferiti a uno sport considerato “per uomini”.

Il calcio è spietato nella sua perseveranza nel sottolineare la “NON” gender equality. 

Dovremmo prendere esempio dal ciclismo che, all’indomani del decimo consiglio federale dello scorso 6 novembre, sta facendo passi avanti nella parità di genere, almeno per quanto riguarda le atlete che vestono e vestiranno la maglia azzurra, “fissando i criteri per la corresponsione dei premi per atleti e staff a Olimpiadi, Paralimpiadi, Mondiali e Europei, uniformando gli stessi tra uomini e donne e portando così a compimento la definitiva parità di genere.”

La questione della diversity, così come interpretata dai comportamenti e dalle banalità delle “frasi fatte” (“calci come una signorina”) che sono diventate di uso comune nel linguaggio di chi si occupa di calcio a tutti i livelli, è come una ferita aperta.

Gender, equity and diversity al Social Football Summit

Il panel Gender, equity and diversity del Social Football Summit di Roma dello scorso 15 e 16 novembre, ha affrontato temi legati alla diversità, al gender gap e all’inclusione. 

Inevitabile il tema legato all’economia del calcio. La football industry è in grado di cannibalizzare l’attenzione delle aziende in relazione alla capacità dei calciatori di generare maggiori ricavi rispetto ai colleghi degli altri sport e all’interno del mondo calcio un uomo è molto più spendibile di una donna, soprattutto in virtù della propria popolarità sui social. Così assistiamo a medaglie iridate nell’atletica (tanto per fare un esempio) che vengono lasciate indietro rispetto alla crescente capacità di ingaggio di calciatori che però, rischiano di non centrare l’obiettivo di partecipare al prossimo mondiale.

“Ci deve essere la capacità, come responsabilità delle singole federazioni, di poter investire di più sulle campionesse come fanno sui campioni e cambiare il modo attraverso il quale si costruisce e si racconta uno sportivo e una disciplina.”

(Sarah Varetto)

Poi la diversità può essere anche assimilata nella sua accezione di qualità perché oggi, investire nello sport femminile, vuol dire aprire all’opportunità di attrarre nuovi marchi. Quanti sponsor legati all’universo femminile hanno abbracciato la sfida di uno sport come il calcio solo ed esclusivamente perché le donne, quelle del Mondiale del 2019, hanno aperto la porta ai sogni delle bambine?

“La bellezza di costruire una strategia è quella di sognare. Puoi sognare ponendoti la domanda: Che sistema sportivo migliore mi piacerebbe avere?”

(Michele Uva)

La strategia va costruita dalle fondamenta dello sport cercando di intercettare il terreno più fertile dove porre il seme dell’uguaglianza.

“Se lo sport deve aiutare a cambiare la mentalità delle persone dobbiamo investire nello sport dei bambini.”

(Ludovica Mantovani)

E questa in realtà è una frase verissima perché c’è un’età dove si incrociano generi e culture, dove non ci sono differenze, l’accettazione del bambino diventa naturale e la parola inclusione assume tutte le sue sfumature di significato. 

Lo sport come linguaggio unico e universale, un esperanto moderno di antica tradizione, che aiuta la civiltà a oltrepassare le differenze di ogni genere. Questa è la speranza. Affinché la diversità che oggi percepiamo attraverso i numeri, le conversioni e ROI, possa essere scardinata e trasformata in eguaglianza, oltre ogni logica degli algoritmi.