Non vuole rinunciare al pallone Chiara Marini che all’Imolese fa di corsa e generosità i suoi punti di forza. In tasca ha due lauree, di giorno lavora e la sera si divide tra la passione per il calcio e quella per la musica, suonando la batteria in un gruppo. Ma chi la ferma più?

Chiara, da cosa nasce la tua passione per il calcio?
“Ho sempre calciato il pallone fin da piccola, nessuna forzatura dall’esterno, quindi direi proprio perché mi piace. Semplicemente giocare a calcio mi dà emozioni che altri sport non riescono a darmi, ho fatto nuoto agonistico fino a 14 anni, ma appena ho potuto ho iniziato con una squadra femminile, la Reggiana. Ancora adesso che sto per compiere 31 anni organizzo la mia vita in base agli impegni calcistici, in modo da poter riuscire a fare tutto senza dover mai rinunciare a giocare a calcio”.

Da quanto tempo giochi con la maglia dell’Imolese?
“Quello che sta per iniziare è il secondo anno, in passato ho vestito le maglie di Reggiana, Packcenter Imola, Correggese e Galileo femminile”.

Che tipo di giocatrice sei?
“Mi piace correre, non mi risparmio mai. Come persona sono abbastanza riservata e riflessiva, caratteristiche che riporto anche in campo, ma a volte probabilmente dovrei essere più spensierata e istintiva. Cerco sempre di migliorare sotto questo aspetto. Sono molto determinata in quello che faccio e da me stessa pretendo sempre il massimo”.

Quanto è difficile per una ragazza conciliare studio o lavoro con il calcio?
“Nell’ambito femminile sicuramente molto più difficile rispetto a quello maschile. Il calcio femminile in Italia è considerato uno sport dilettantistico e di conseguenza rimane sostanzialmente un hobby. Bisogna soprattutto sapersi organizzare ed essere determinati a voler raggiungere i propri obiettivi. Personalmente due settimane fa ho conseguito la seconda laurea, lavorando, giocando a Imola e abitando a Reggio Emilia. Questo oltre ad avere la mia vita privata, e a coltivare la mia seconda più grande passione dopo il calcio che è suonare la batteria in un gruppo. Non nascondo però che alla fine della giornata sono un po’ stanca”.  

Che cosa rispondi a chi resta ancora stupito del fatto che una ragazza sappia giocare a calcio?
“In realtà non saprei cosa rispondere. Sono due sport uguali ma diversi allo stesso tempo, come tanti altri sport. Non si possono paragonare le prestazioni degli uomini a quelle delle donne, bisogna semplicemente guardarli separatamente, come tutti gli sport. Sradicare un pregiudizio non è cosa semplice”.

A tuo parere, che cosa servirebbe per aiutare il calcio italiano femminile ad emergere, arrivando ai livelli del resto d’Europa?
“Sicuramente dovrebbe esserci più sensibilità nei confronti del movimento femminile, più visibilità a livello mediatico e ovviamente più fondi. Dovrebbe inoltre essere considerato, almeno a livelli alti, uno sport professionistico. Questo è un problema di tanti altri sport minori, in Italia il calcio maschile domina in tutti i sensi e purtroppo vedo poche vie d’uscita. Il calcio nella nostra società è anche uno strumento di marketing molto potente, quindi spesso si esce dalla dimensione sportiva, sopprimendo quello che dovrebbe motivare ogni giocatore di ogni sesso ed età: la PASSIONE per questo sport”.

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