Camilla Abbruzzino, classe 1990, gioca nel Latina Calcio e studia alla facoltà di medicina. Il motivo? Forse il papà giornalista sportivo oppure le partite da bambina col fratello. Qualche anno fa un incidente al legamento anteriore non ha fermato la sua voglia di campo. “Pensavo che non sarei tornata più come prima, ma mi sono detta che avrei dovuto decidere io quando smettere e non il mio fisico” ci ha spiegato in questa intervista.

Da cosa nasce la tua passione per il calcio?
“Penso sia qualcosa di intrinseco, ma indubbiamente sono stata influenzata dalla mia famiglia. Mio papà era un giornalista sportivo e spesso lo accompagnavo seguendo allenamenti e partite. Spesso poi pur di stare con mio fratello e i suoi amici giocavo a calcio con loro”.

Che tipo di giocatrice sei?
“Sono un terzino destro e ricopro questo ruolo da diversi anni. Prima invece giocavo più avanti, sulla fascia. Diciamo però che mi sento completamente calata nel ruolo”. 

La scorsa domenica il primo approccio con una squadra di B per la prima uscita stagionale in Coppa Italia. Quali sono state le sensazioni?
“Abbiamo affrontato la Roma Femminile che si è dimostrata una formazione molto valida. Sapevamo che avremmo incontrato diverse difficoltà visto che quella romana è una squadra che ha lottato per la promozione in serie A fino all’ultima giornata dello scorso campionato. Noi siamo consapevoli dei nostri limiti ma vogliamo lavorare per provare a superarli”. 
Quali sono a livello calcistico le tue aspettative per il futuro?
“Il livello del calcio italiano, anche se non se ne parla, è molto elevato e oggi le ragazze più giovani hanno ampia possibilità di crescita. Nazionale? Non punto così in alto, voglio semplicemente far bene col Latina aiutando compagne e dirigenza in un percorso di crescita”. 
Quanto è difficile per una ragazza coniugare il calcio con altri impegni? 
“Già nella scorsa stagione, quando la dirigenza ha posto l’obiettivo della serie B, fare due allenamenti anziché tre é stato difficile. Io gioco a calcio, lavoro e studio alla facoltà di medicina, per farlo ci vuole tanta organizzazione. A volte per far quadrare tutto bisogna rinunciare ad un esame o a qualche allenamento”.
Cosa pensi possano fare le istituzioni per aiutare il calcio femminile? 
Fin qui i risultati sono stati altalenanti. Credo si debbano investire più soldi da questo punto di vista. Sarebbe importante anche dare visibilità a tutto il movimento. Serve sfatare il tabù della donna che non sa giocare a calcio, questo è solo un pregiudizio. Si aprano gli occhi, perché facendo piú investimenti si potranno dare alle ragazze anche strutture e servizi maggiori”.

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