Federica Cavicchia ha solo 18 anni, ma nella sua vita ha già dovuto fare una scelta importante: la Nazionale di calcio italiana o quella svizzera? Nonostante giochi allo Zurigo e sia nata in Svizzera, Federica si sente Azzurra e fa parte del gruppo dell’Under 19 che sta preparando la Fase Elite dell’Europeo norvegese. Centrocampista di rottura e con grande voglia di emergere.
Federica, come sta procedendo la preparazione verso la fase Elite Round in Norvegia con l’Under 19?
“La preparazione verso la Fase Elite sta procedendo molto bene. Come già sapete ora ci troviamo a Formia. È la prima volta che veniamo qui. Ci sono tanti altri atleti che vengono da un altro mondo dello sport. È un centro molto carino dove si può lavorare molto bene”.
Che cosa vuol dire per te indossare la maglia Azzurra?
“Indossare la maglia Azzurra per me vuol dire tutto. È sempre stato il mio sogno sin da piccolina. Ho sempre voluto giocare per la nazionale italiana e non per quella svizzera. Ad oggi sono circa 4 anni che faccio parte della Nazionale e comunque ogni volta che sento l’inno mi emoziono e mi vengono i brividi. Diciamo che è un punto d’arrivo a cui anelano tutte le giocatrici”.
Perché hai scelto di giocare per l’Italia e non per la Nazionale Svizzera?
“Ho scelto l’Italia perché io fondamentale sono italiana. Si sono nata e cresciuta in Svizzera ma il mio sangue è italiano”.
Che tipo di centrocampista sei?
“Io sono una centrocampista di rottura. Sono una che corre molto e che va a recuperare palloni per poi fare impostare l’azione”.
 
federica2Come sta andando la stagione allo Zurigo?
“Questa è la mia prima stagione con lo Zurigo. Per ora sta andando molto bene. Siamo un gran bel gruppo, tutte sono allo stesso livello. C’è tanta concorrenza che però ti aiuta a crescere in tutti i sensi sia mentalmente che calcisticamente. Poi per la prima volta grazie a questa squadra ho potuto partecipare alla Women’s Champions League”.
Ti è mai capitato di sorprendere un ragazzo che non credeva sapessi giocare a calcio in quanto donna?
“Per molti anni ho giocato con i maschi. Ogni volta sentivo che la squadra avversaria ci sottovalutava perché avevano una femmina nella squadra. Anche sui spalti sentivo dire dai genitori: “Ma quello è maschio o femmina?” A me personalmente non mi faceva né caldo né freddo, perché poi alla fine ho provato sempre a rispondergli in campo. Spesso ci sono riuscita e tanta gente poi è rimasta a bocca aperta, tanto che a fine partita mi facevano i complimenti”.

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