Sono appena tornata dal “Female Empowerment Camp” che la Fondazione ha organizzato, questa volta, con le ragazzine che praticano l’atletica. Insieme ad altre quattro volontarie, tre tedesche e una svizzera, abbiamo preso parte a questa iniziativa che è stata la prima tappa di una serie di sette incontri dedicati alle questioni di genere. Tra gli obiettivi che si desidera raggiungere nel breve e lungo termine vi sono l’educazione sessuale e la prevenzione dell’AIDS. Tutte le ragazzine dai 12 ai 16 anni che praticano sport presso la Fondazione vengono coinvolte in questa iniziativa che ogni anno ha per protagoniste le sportive di uno sport diverso. Un altro degli obiettivi di questo progetto è far sì che le ragazzine non abbandonino lo sport una volta raggiunta l’adolescenza; in Sudafrica molte ragazze hanno figli in età giovanissima e quindi una delle prime cose che esse sono costrette ad abbandonare, raggiunta l’età dello sviluppo, è lo sport. Altre motivazioni dell’abbandono sportivo sono le più svariate, come anche in Italia, l’influenza dei genitori, dei pari età e della cultura che vuole che le donne si prendano cura dei bambini e della casa e quindi lo sport viene visto come un’attività per uomini.
Un’altra importante sfida è far capire che le ragazze, come i ragazzi, hanno e devono avere le stesse possibilità lavorative, economiche e sociali. E’ stato spiegato loro che è importante che diventino, un domani, indipendenti dal punto di vista economico, e che non devono aspettarsi che il loro futuro stia solo nell’accasarsi per avere una casa, ma che possono ottenerla con la loro forza di volontà e il loro impegno.
E’ stata un’esperienza interessante, trovo sia molto utile trattare e parlare di questi temi con le ragazzine che difficilmente osano affrontare questi temi con genitori ed insegnanti. Il rapporto che si crea con gli allenatori, in questo caso allenatrici, spesso è molto forte perché va al di là della mera pratica sportiva, o almeno io ritengo che così dovrebbe essere. L’allenatore è anche colui che cura la parte emotiva, motivazionale e relazionale degli atleti con cui lavora, quindi è fondamentale lavorare su temi trasversali allo sport per lo sviluppo delle ragazzine e dei ragazzini con i quali passiamo gran parte del nostro tempo e che prima di diventare atleti devono diventare uomini e donne maturi, rispettosi e “indipendenti”.

La casa nella quale viviamo noi volontari, e che al mio arrivo era vuota e anche un po’ triste, si è andata via via riempiendosi: due settimane fa abbiamo ospitato quattro ragazzi di Hout Bay, una zona di Cape Town, i quali stanno svolgendo un percorso per diventare allenatori di calcio. Durante gli allenamenti quotidiani, questi quattro ragazzi hanno affiancato me e gli altri due allenatori di calcio che lavorano per la Football Foundation. E’ stata un’esperienza ricchissima e molto stimolante, io sono stata affiancata da Sonwabile, un calciatore di vent’anni, molto attivo e intraprendente. Quello che mi è piaciuto particolarmente di questi momenti passati insieme sul campo, è come ha condotto il riscaldamento (che si può vedere nel video sulla pagina Facebook di Sportdonna.it) con le ragazze, tutto a ritmo del battito delle mani per dettare il tempo degli esercizi. Stupendo! La cosa bella è che qui nessuno si vergogna di ballare o di provarci per lo meno, appena è stata proposta questa serie di esercizi alle ragazze, sono state felicissime ed entusiaste e penso che siamo riusciti ad allenarle molto bene in previsione della triangolare che giocheranno martedì 9 Agosto, occasione per festeggiare la festa delle donne in Sudafrica.

Ho approfittato della permanenza dei quattro ragazzi per porre qualche domanda sulla loro esperienza personale di calciatori e di futuri allenatori qui in Sudafrica.

Ho chiesto a Sonwabile Mbiko, centrocampista centrale di vent’anni:

Cosa significa allenare secondo te?
“Allenare è insegnare agli atleti come giocare e a far sì che si sviluppino dal punto di vista mentale ed emozionale”.
Rispetto al calcio femminile, cosa pensi che si debba fare per far sì che raggiunga i livelli di quello maschile?

“Ritengo che un allenatore, in primis, debba lavorare con le ragazze come lavorerebbe con i ragazzi. Ho visto e sentito spesso allenatori che preparano le sedute in modo diverso quando lavorano con le bambine. E’ ovvio che fisicamente e biologicamente i due sessi hanno delle differenze durante lo sviluppo e raggiunta l’età adulta. Non bisogna però pensare che in quanto ragazze, e a causa del fatto che per molto tempo è stato loro impedito di praticare questo sport, siano inferiori e meno brave rispetto all’altro sesso. Penso che la pratica, la costanza e la passione facciano sì che ci siano dei miglioramenti nella pratica sportiva. L’allenatore deve quindi essere bravo nel dare loro la spinta e la motivazione a raggiungere obiettivi sempre più alti. La società poi, qui come anche in altri paesi, dovrà poi fare la sua parte per riconoscere questa disciplina al pari di quella maschile”.

Cosa ti porti a casa da queste due settimane di lavoro con la Fondazione?
“Ho migliorato il mio approccio con i bambini, indipendentemente dal loro genere. Ho affiancato Francesca con la squadra femminile, non avevo mai avuto la possibilità di allenare un gruppo di ragazze prima, ed è stata un’esperienza molto ricca. Mostrandosi competenti, si riceve in cambio attenzione e impegno. Mi porto a casa sicuramente questo”.

Ho poi chiesto a Siyabonga Ntozini, centrocampista centrale, ventottenne:

Se ti dico sport, a cosa pensi?
Senza dubbio penso al calcio. Ma se penso più in grande e non mi limito solo allo sport che pratico io personalmente, potrei scriverti un libro, con questo voglio dire che lo sport per me è vita, è la mia religione, il mio lavoro, non lo nego e non mi scuso per questo”.

Secondo te, cosa ci vuole per diventare un buon allenatore?
“Devi essere appassionato e amare lo sport che andrai ad allenare, la disciplina prima di tutto. Bisogna però essere anche qualificato e questo richiedo un lungo e duro lavoro, come per diventare un grande giocatore”.

Mzwandile Ntozini, ala destra di ventinove anni, mi ha risposto così:
Per quale motivo hai deciso di diventare un allenatore?
“Perché voglio aiutare i bambini a raggiungere i loro obiettivi e i loro sogni, io ho avuto questa grande occasione e desidero che anche altri possano averla”.

Cosa ti porti via da queste due settimane di affiancamento al Coach Mzianda?
Ho imparato molto, la cosa più importante che ho appreso è come far sì che i bambini ti ascoltino quando li alleni e come far sì che siano felici mentre svolgono gli esercizi. Penso che l’allegria non debba mani mancare quando parliamo di sport”.

Infine ho avuto l’opportunità di intervistare il portiere della Hout Bay Team, Gabriel Warner, di vent’anni. Chi meglio di lui poteva rispondere alle mie domande sul calcio femminile qui in Sudafrica, visto che ha una sorella di quattordici anni, Serenita Warner, che è stata selezionata per la nazionale di calcio femminile del Sudafrica?

Tua sorella è stata selezionata per fare parte della nazionale U17 femminile del Sudafrica, cosa pensa la tua famiglia riguardo questa esperienza?
“Tutti noi pensiamo che sia una grande opportunità, è un onore per la mia famiglia che Serena faccia parte di questa squadra. A inizio settembre dovrà trasferirsi a Pretoria, dove abiterà in una casa con le altre calciatrici che vengono da lontano; qui le verrà data l’opportunità di studiare e penso che questo sia grandioso per lei e per noi. Spesso le ragazze qui non continuano gli studi, hanno figli molto presto e si dedicano alla famiglia; lei, con questa esperienza fantastica, potrà avere un futuro diverso e poi, un domani, dopo aver studiato, potrà trovare il lavoro dei suoi sogni che magari sarà diventare una calciatrice professionista; ma per fare questo dovrà trasferirsi altrove perché qui questo sport al femminile non è valorizzato. Inoltre mio papà è felicissimo perché anche lui era un giocatore di calcio. So però che non tutte le famiglie pensano questo quando una bambina vuole giocare a calcio e trovare squadre femminili è davvero molto difficile! Lei è fortunata perché abitiamo a Cape Town e ora sta giocando nella squadra “Cape Town Spurs” ma chi abita lontano dalle grandi città non ha grandi occasioni per farsi vedere ed emergere”.

Cosa significa per lei giocare nella Nazionale di Calcio del suo paese?
“E’ un’opportunità grandiosa che non tutti hanno la fortuna di avere. E’ il suo sogno fin da piccola che si sta avverando”.

Tu invece, perché vuoi diventare un allenatore?
“Il calcio è la mia passione, giochiamo a livello semi professionistico e dedico molto del mio tempo a questo fantastico sport, voglio quindi che diventi la mia professione e voglio dedicare ad esso il resto della mia vita. Attraverso il calcio cerco anche di essere un esempio per i più piccoli, lo sport ti dà questa opportunità, essere da stimolo ed esempio positivo per gli altri”.

Francesca Gargiulo

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