La mia quarta settimana africana comincia, lunedì mattina, con una riunione tra tutti gli allenatori della Football Foundation, momento importante di scambio e di verifiche, visti i diversi sport e progetti che vengono portati avanti. Ne approfitto per sottolineare quanto sia importante indossare un abbigliamento idoneo per la pratica sportiva e, soprattutto, per giocare a calcio, avere delle scarpe che siano, per lo meno, sportive. La project manager mi consiglia di prendere i numeri di scarpe delle ragazzine e nei prossimi giorni vedrà se riusciamo ad acquistare delle scarpette. Così riusciremo a lavorare sicuramente meglio e a svolgere degli esercizi di controllo palla e di tecnica senza difficoltà.
Purtroppo, a causa del brutto tempo, abbiamo dovuto cancellare gli allenamenti di martedì pomeriggio, qui il vento quando c’è è così forte che non si riescono a svolgere le attività sportive. A volte è pericoloso anche camminare e spostarsi, il mese scorso il vento soffiava così forte che ha fatto cadere un palo della luce e tutta Gansbaai è rimasta senza luce per 24 ore… Fortunatamente negli altri giorni abbiamo svolto gli allenamenti con panorama e tramonti mozzafiato!
Giovedì pomeriggio abbiamo organizzato dei giochi divertenti e attività di team building per l “Integration program”, il cui obiettivo è di far sì che i bambini appartenenti ai tre gruppi etnici giochino insieme. In Sudafrica il calcio viene praticato per lo più dai bambini neri, i coloured praticano l’atletica e i bianchi il rugby e l’hockey, questo programma ha quindi lo scopo di promuovere l’inclusione sociale, l’integrazione e la partecipazione attraverso giochi indipendentemente dal sesso, l’età e l’etnia di appartenenza così da abbattere le barriere sociali.
I bambini sono divisi in gruppi uniformi in base al loro genere e alla scuola di appartenenza e sono incoraggiati a lavorare con persone che non conoscono, il che aumenta notevolmente l’occasione per ogni bambino di incontrare nuove persone, soprattutto perché la maggior parte delle attività hanno come obiettivo il lavoro di squadra. Il divertimento e il giocare insieme aumentano l’enfasi che è la chiave delle sessioni, e che negli anni, ha portato alcuni bambini a venire coinvolti in altri programmi sportivi della Fondazione che vengono svolti durante tutta la settimana.

Ho voluto intervistare il coach Mzyianda Matiwane, che allena da quattro anni due delle cinque squadre che la Fondazione coordina, la squadra Under 14 e under 17 maschile.

Coach Mzyianda, chi ti ha influenzato e ti ha aiutato a prendere la decisione di diventare un allenatore?
“Senz’altro la persona che mi ha trasmesso l’amore per l’allenare è uno dei miei allenatori Bulelani Mtobela. Per me allenare è una sorta di ringraziamento  per la comunità in cui sono cresciuto e che mi ha permesso di crescere con lo sport. Prima di diventare allenatore ero uno dei ragazzi che partecipava alle attività della Fondazione, poi mi è stato proposto di allenare e ho seguito diversi corsi ed ora sono davvero felice di fare parte di questo progetto”.

Cosa pensi che manchi qui per far sì che il calcio femminile si sviluppi e più bambine e ragazze decidano di svolgere questa attività sportiva?
“Sicuramente riconoscere l’impegno e la passione che queste ragazze mettono ogni giorno negli allenamenti, far sì quindi che lo sport femminile sia equiparabile a quello maschile, senza discriminazioni. Qui per le ragazze è difficile continuare a praticare uno sport dopo l’età dello sviluppo, la società e i pari età screditano il loro impegno e qui l’età in cui le ragazze restano incinte è molto bassa, per questo la Fondazione ha deciso di portare avanti un progetto di calcio femminile e non solo, per fortuna ci sono molte ragazzine che praticano anche gli altri sport. Cerchiamo di costruire un gruppo di ragazze della stessa età come momento di aggregazione nel quale si possano identificare positivamente. Quello che qui le ragazze cercano è di appartenere a un gruppo, ma spesso prendono strade sbagliate, quella della droga e dell’alcool. Quello che cerchiamo di fare ogni giorno è di far sì che si prendano cura del loro corpo in primis, che poi dovrà accogliere una nuova vita, comprendendo l’importanza dell’igiene, dell’avere un’alimentazione sana, un’istruzione e u n positivo modo di pensare. Alcune ragazzine che hanno giocato negli anni passati ora stanno continuando a studiare e a giocare a calcio. Questo è sicuramente un grandissimo traguardo per tutti noi”.

Cos’è per te lo sport?
“Per me lo sport è vita, è la metafora perfetta, perché tutto quello che impariamo con lo sport fin da piccoli, che non sempre si vince, che bisogna saper perdere, quindi a rispettare i compagni, gli avversari, gli adulti quali allenatori, arbitro, tifosi; a prendersi cura del proprio materiale sportivo e ad avere sempre l’occorrente per poter giocare, a prendere un impegno e a portarlo avanti fino alla fine con determinazione e costanza… Ecco, questa è la vita. Ed è più facile trasmettere tutto questo ai piccoli tramite lo sport, che è e deve rimanere un gioco per tutti”.

Pensi che qui lo sport sia importante per la comunità?
“Senza dubbio. Grazie allo sport riusciamo a trasmettere valori e messaggi ai bambini e ai ragazzi che, crescendo in tre ambienti diversi e molto differenti tra loro, e non parlando correttamente la stessa lingua fino all’adolescenza,  se non fosse per lo sport, sarebbero destinati ad avere pochissime interazioni tra loro, pur vivendo a pochi chilometri di distanza.
Grazie allo strumento potentissimo che è lo sport , i bambini riescono a collaborare, cooperare e a giocare insieme con lo stesso obiettivo, quello di divertirsi, prima di vincere”.

Francesca Gargiulo

ECCO IL DIARIO FOTOGRAFICO DELL’AFRICA

 

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