Vittoria Rubino è una giocatrice di rugby delle Irons Ladies Rugby Palermo ma anche avvocato che esercita in una città più complicate del sud.  E’ anche pugile, quindi una donna di sport e di contatto a 360°
Con lei Sportdonna.it  parla di vari aspetti del far rugby – e sport in genere oggi – in un contesto  che funge da cartina di tornasole dei diversi trend che marcano la nostra società.
Iniziamo a parlare di donne a sud, donne del sud?
Vai, sono pronta. E ti dico subito che sono una forte sostenitrice – non tanto dei diritti – ma delle potenzialità delle donne. Che spesso e volentieri vengono sminuite dagli uomini o da chi crede che l’uomo sia più in grado di fare le stesse cose o che abbia attitudini maggiori in vari campi sia nello sport che nelle professioni. E invece stiamo dimostrando che anche noi donne ce la caviamo abbastanza bene
Mizzica, intervista post-femminista fu! Ma aspetta aspetta. Questa cosa qui avviene solo da parte maschile o è anche una certa componente femminile che non crede in questo?”
Nooo assolutamente. Io credo che ci sia proprio una forte componente femminile che non crede in noi stesse.  Bisogna riconoscerlo. Esistono tantissime donne che vedono il mondo sotto una visione conservatrice che son le prime a non credere nell’affermazione della nostra personalità. Che vedono le donne ancora come sesso debole, o come coloro che devono limitarsi a fare certe cose  per cui son “ geneticamente propense”. Si da parte delle stesse donne si pensa molto a questo. Le professioni classiche, gli sport classici. Io, ad esempio, ho mia madre che ancora mi chiede ( sempre più sconsolata ) – avrrò mai il piacere di vederti con un Tutu o con le scarpette da danza per stare sulle punte – mai, le rispondo, mai, sarei più ridicola che altro. Non mi vedrei diversamente rispetto a quella che sono.
A Palermo siete alla seconda generazione di ragazze che fanno questo sport in Sicilia ed a Palermo in particolare. Fermo restando il Coach Francesco Castigliola che  è più immutabile del Monte Pellegrino e che è davvero stato un punto di riferimento, oggi nel vostro club e in altri sono entrate in campo le Sedicenni. Cosa sta succedendo?
Noi rugbiste di prima generazione siamo state ragazze che abbiamo avuto sempre dei collegamenti col rugby. Abbiamo iniziato con questo in effetti.  Io, ad esempio, ho mio padre che ha giocato a rugby in serie A, è stato presidente del Rugby Palermo. Una generazione quindi che è cresciuta con il rugby, vedi anche Paoly Puma con Agostino, suo fratello, o fidanzati.  Le nuove generazioni invece sono state coinvolte nel rugby da altri canali. La promozione che come club si è fatta, i progetti nelle scuole, le partite sui social e in tv. Sono figlie di una evoluzione che lo sport stesso ha fatto con personaggi come Giuliana Campanella, il nostro tecnico federale in Sicilia che – riconosciamolo – è stata instancabile nel reclutamento; o la conoscenza delle giocatrici della nazionale femminile. Anche iniziare a vedere dei modelli di riferimento ha influito molto sul fatto che tante ragazzine abbiano scelto il rugby come esperienza da provare. Per attrazione. Perché fintanto che una cosa non la vedi, non ne senti l’atmosfera rimane quasi un’idea utopica. Serviva qualcuno che s’immolasse dai, diciamola così. Anche perché vedere quelle della nostra generazione buttarsi in campo e giocarlo, molte ragazzine hanno iniziato a capire che il rugby lo puoi giocare indipendentemente dal fisico. Vedi la nostra Apertura Flavia Spinella che non è proprio un Hulk ma ha altre doti come la velocità e l’astuzia. E questo è stato un passaggio molto importante di consapevolezza e di normalità percepita. Dal rugby a sette al Xv, c’è davvero spazio per tutti. Ecco questo forse è stato il messaggio più coinvolgente che è riuscito a passare in questi anni.  Perché ogni fisico ha le proprie potenzialità e ogni potenzialità è adatta ad un ruolo. E tutti si è necessari.Si, questa è stata la molla che ha avvicinato il rugby alle ragazzine”.
Come è stato percepito tutto questo dai ragazzi, dai “masculi” che in fondo erano i padroni del territorio. Come vedono gli uomini del rugby questo nuovo affluente al nostro sport, che ottiene risultati e che cresce piano ma con costanza”.
I ragazzi sin dall’inizio ci hanno accolte sempre con grande entusiasmo. Ci vedono come sorelline e hanno per noi tanti consigli, tanti sorrisi, vengono a fare il tifo e credo che in un certo senso siano davvero orgogliosi che a Palermo il rugby sia anche femminile. E’ bello. Anche durante gli allenamenti, che spesso son congiunti, gli uomini sono molto attenti a noi.  Ovviamente – non saremmo siciliani – le prese in giro bonarie ci sono! Ma fa parte di un clima che si basa su tanto rispetto. Sulla consapevolezza che si cresce tutti e che non ci sono arrivati ma che esiste una sola comunità. Questo sarebbe bello che passasse ancora di più. E tante volte siamo coinvolte nei Terzi Tempi dopo le partite di campionato. E questo è qualcosa che coinvolge moltissimo le ragazzine. Fa la differenza”.
Quando iniziaste voi ci fu molto traino apportato anche dal Flag, da Football. C’era un grosso movimento a Palermo qualche anno fa…
Si, è così. Molte anzi nella prima generazione della nostra squadra venivano proprio dal Flag, erano già fisicamente e mentalmente allenate“.


Pratichi altri sport?
Vengo dalla Boxe
Molte rugbiste si dedicano anche alla boxe. E’ un caso o esiste un naturale collegamento fra questi due mondi dello sport femminile oggi?
Con me sfondi una porta aperta.  Io vengo dalla Boxe e son cresciuta con la “ nobile arte”. Mia cugina è una insegnante di boxe e fin da piccola ho frequentato la palestra. Anzi ho iniziato con la Boxe confluendo poi nel rugby proprio per questa mia grinta, per il mio fisico ( modestamente statuario. Ride ) Ma la mia origine è la Boxe. Ti dicevo che mio padre è stato un rugbista ad alto livello eppure inizialmente ho avuto qualche ritrosia perché il rugby lo vedevo come uno sport prettamente maschile. Sembra strano ma è così. Mi trovavo, da donna, più a mio agio con i guantoni che con un ovale a placcare. Poi, beh, una volta al campo, prime azioni ed è scoppiato l’amore passionale e travolgente. Ho provato ecco, ma mentalmente avevo una diffidenza. Eppure mi ci son ritrovata. Il collegamento c’è ed è forte oltre l’estetica dello sport. Io sono convinta che chi fa rugby e chi fa box abbia una naturale predisposizione ad essere una persona controllata. Chi fa sport di contatto è sempre una persona con una forte consapevolezza delle proprie potenzialità e proprio per questo si guarda bene dal metterle in atto. Intendo nella vita quotidiana, in una discussione o peggio ancora in una rissa. Ecco questo ti sviluppa del tutto naturalmente una sopportazione agli stimoli esterni, alle provocazioni, fortissima“.
E la differenza fra boxe e rugby, sport di squadra e sport in solitaria. Come cambia il rapporto con un coach?
Allora…la boxe è uno sport che ti mette di fronte ai tuoi limiti senza possibilità di scantonare la prova. Nella Boxe non puoi chiedere aiuto a nessuno e non puoi contare sull’aiuto di nessuno. Mentre sappiamo che il presupposto di partenza del Rugby è il sostegno. C’è sempre, ed un allenatore di rugby ti martella su questo, attorno a ciascuno di noi c’è sempre il sostegno e bisogna giocare per dare sostegno.  Mentre nella boxe ti confronti con i tuoi limiti perché sei tu, sul ring, e da lì non si può scappare. Sei tu e basta.
C’è solo quel mitico angolo con la spugna bagnata e le parole del tuo allenatore…
Esatto, un coach che diventa in effetti un vero e proprio Mental Coach fondamentalmente. Il suo compito è quello di aiutarti a mantenere una concentrazione molto alta nel momento in cui si tende a perderla. Così come in tutti gli sport. Ma quando il match va male, entra lo sconforto lì il suo lavoro è basilare per farti risalire l’autostima e la forza.
E la gestione della paura, nella Boxe e nel Rugby?”
Penso che i momenti di smarrimento e di difficoltà siano comparabili fondamentalmente. Sono due sport simili in questo.  C’è un aspetto però che è diversissimo. La sera prima di un incontro o di una partita. La sera prima di una partita di rugby la passi a confrontarti con le compagne, ti scambi messaggi, sensazioni. Nella boxe aspetti. Sei sola anche nel momento che precede l’incontro. E questo a volte è terribile. Ci vuole davvero la stessa forza mentale – se non di più – che ti daranno i tuoi muscoli e la tua tecnica.  Nella Boxe sei più riflessivo perché non puoi contare su nessuno in caso di sbagli. Nel rugby, la disattenzione di una compagna può essere assorbita dal team. Dalle compagne che rimettono a posto le cose. Comunque l’attenzione e la paura è la stessa. Te lo confesso. Poi però passa tutto. Non c’è tempo di avere paura. Una volta al mio battesimo durante la mia prima partita di rugby – e lo ricorderò sempre – mio padre mi disse – sei come un gladiatore in un’arena romana. Devi entrare per “ uccidere” ( sportivamente parlando ovvio). La tua disattenzione o esitazione sarà il colpo vincente del tuo avversario. E questo mi è servito anche sul lavoro, da avvocato, nella vita. Quando giochi devi solo pensare a quello che fai. Non ai tuoi problemi. E infatti l’unica volta in cui mi son fatta male giocando a rugby è stata una volta che io non volevo entrare in campo. Ero deconcentrata. Non ero contenta di come era andata la settimana di allenamenti. Non ne avevo voglia e mi forzavo. Bum. Frattura! “.
E invece nella Boxe cosa avviene dopo. Come in certi film, nella sconfitta, il pugile sola sul lettino…
Beh, diciamo che ad esempio ho avuto il piacere di vivere il backstage dell’ultimo campione italiano di Boxe. Quei momenti erano belli. Ma nella sconfitta c’è rabbia. Non puoi prendertela con nessuno e scarichi tutto su te stesso. Metti in bilancio tutto e tu stesso ti guardi dentro. Non puoi prendertela in maniera vigliacca con nessuno anche in questo momento“.
Sei una donna che fa sport, sport di contatto e fai l’avvocato in una delle città simbolo forse di tutte le difficoltà.  I pensieri che ti vengono da donna. Qual è la fotografia delle ragazze che oggi, nella vita quotidiana, si trovano a giocarsela non sul ring o su un campo da rugby, ma nelle cose di ogni giorno a Palermo?
Le ragazze che fanno sport oggi son ragazze che vedono lo sport come me. Non che gli sport tradizionali siano stati abbandonati ma diciamo che sempre più ragazze oggi in Sicilia cercano sport alternativi, più di contatto. C’è la consapevolezza che ti preparino alla vita. Alle competizioni o battaglie che ti aspettano fuori. Siamo sostanzialmente persone normali ma questo è diffusissimo come pensiero fra le ragazze”.
Il senso della femminilità e della sensualità è cambiato nello sport oggi. Anche negli sport di contatto voi ragazze li state modificando. Una volta c’erano le Americanone, le Scandinave…oggi è la normalità vedere delle belle e sane figliole siciliane…
E meno male!! Ci dicono che siamo delle camioniste, lo dicevano fino a non molto tempo fa ma oggi per fortuna non più! E’ un discorso di stereotipi. Dato il mio fisico giunonico per una vita ho vissuto il complesso del fisico da ballerina. Oggi però son ben contenta che la concezione della femminilità e dell’essere bella stia cambiando. Io – di mio – non ho mai amato la concezione di donna troppo donna, di quel tipo di femminilità smielata. E sono ben contenta di questo.  Penso anzi che l’idea di una donna troppo canonica sia quella che nel tempo abbia portato alla creazione di discriminazioni. Un po’ una gabbia. Io sono favorevole alla sensualità, alla cura del corpo. Anche al lusso ma mai in maniera sdolcinata e senza personalità dietro. Mi piace che una donna sia coccolata da un uomo ma resto una forte sostenitrice dell’indipendenza femminile che non significa remissività. La donna prima di tutto deve essere donna nella sua complessità, come essere umano differente e indispensabile.  Poi la persona che vive insieme ad una donna deve essere un completamento, un di più. Ma così anche nell’altro senso per carità. Tutti, e la donna per prima, devono essere in grado di camminare sulle proprie gambe e fare tutto da sola”.


Un’ultima domanda la più impegnativa forse anche se forse la più naturale in un ambiente come il rugby che è oltre questo tema. Si parlava con tante tue colleghe di lesbismo e rugby femminile. Come secondo te può essere percepito il nostro ambiente agli occhi di una società che forse ancora stenta a vivere la sfera sessuale di una persona in maniera separata dai suoi comportamenti o da ciò che essa realizza nella quotidianità.Cosa ne pensi?
Secondo me questo è uno dei pregiudizi e dei lasciti di un certo modo di pensare e di giudicare degli ambienti di sport femminili da parte di chi li vuole ostacolare. E’ vero che c’è un numero esteso di ragazze lesbiche. Ma non solo nel rugby ovviamente, è la realtà di molti sport di squadra femminili. Come nella danza negli uomini ad esempio. Se mi parli di venti anni fa e prendevi un ballerino, probabilmente quel ragazzo sarebbe stato gay.  Questo perché la settorializzazione era ancora più forte di adesso e se tu facevi sport o attività “ rudi” eri un uomo se invece ti dedicavi per tua attitudine a sport più soft eri per forza di cose attorniato da un ambiente omosessuale. Stessa cosa per una donna col calcio degli inizi ad esempio. Oggi però che tanti sport si sono molto diffusi, come un po’ in tutti i settori, la flessibilità e la libera scelta è molto più varia. Partiamo da un pregiudizio ripeto, se tu consideri che nel mondo dello sport tutti fanno quello che vogliono. Così, anche nel mondo Gay o Lesbico con la maggiore libertà di esprimere i propri sentimenti e la propria visione del mondo porta a una maggiore frequentazione di ogni tipo di sport da tutti. E’ una questione di percentuali e di libertà in definitiva”. 

Pin It on Pinterest

Condividi

Condividi questo articolo dove vuoi!