“Uno non è un grande allenatore quando fa muovere un giocatore secondo le proprie intenzioni, ma quando insegna ai giocatori a muoversi per conto loro.
L’ideale assoluto, che come tale non è mai raggiungibile, viene nel momento in cui l’allenatore non ha più nulla da dire, perché i giocatori sanno già tutto quello che c’è da sapere”. (
Julio Velasco)

Da sempre, allenatori, psicologi dello sport e scienziati del movimento umano si chiedono quali siano le giuste procedure di allenamento per far si che gli/le atleti/e apprendano nel migliore dei modi e siano poi in grado di effettuare performance elevate.
Attraverso i loro studi, diversi ricercatori hanno provato a indagare e a dare una risposta alle seguenti domande, che, nel mondo sportivo, qualsiasi allenatore si pone nella pianificazione del programma di allenamento:
– Gli allenamenti devono essere per la loro totalità guidati dall’allenatore, o è meglio lasciare agli atleti momenti di silenzio e di autogestione in cui possano arrivare insieme ad una soluzione e a sviluppare un pensiero critico?
– Quante correzioni è meglio fare ai ragazzi/e e quando?
– Per un miglior apprendimento, è meglio organizzare allenamenti con molta variabilità o risulta più efficace  strutturarli in modo più rigido facendo ripetere lo stesso movimento o esercizio per molto tempo finché viene metabolizzato dall’atleta?

Numerosi studi sono stati condotti a tale proposito con l’obiettivo di trovare quali variabili pratiche producono effetti di apprendimento nel lungo periodo, effetti che sopravvivano negli atleti anche quando la guida dell’allenatore viene loro sottratta, pur continuando essi ad avere buone performance.

Secondo alcuni autori (Schmidt and Bjork, 1992) le tipiche procedure di allenamento tipicamente adottate dagli allenatori non sono ottimali. Essi ritengono che l’apprendimento vada misurato durante una fase di immagazzinamento, dopo un intervallo di tempo che sia abbastanza lungo da garantire la memorizzazione dei movimenti corretti senza la presenza dell’allenatore. I loro risultati mostrano che, per ottenere un apprendimento che porti poi ad una performance efficace, è necessario che:
– la pratica venga eseguita con sequenze in cui i compiti siano misti o randommizzati, ad esempio ABC, BCA, CBA e non AAA, BBB, CCC, dove A è un particolare movimento quale potrebbe essere lo stop con il collo del piede, B lo stop con la coscia e C lo stop di petto; questa scansione serve ad impedire che l’atleta scelga sempre la stessa situazione, e venga così forzato a recuperare in memoria e ad organizzare diverse soluzioni per ogni prova;
– un ridotto numero di risposte e correzioni, fatte sul singolo movimento errato dell’atleta, e non su tutta la performance totale, sono più funzionali, rispetto ad una continua somministrazione di feedback – in modo che il ragazzo possa comprendere ed evitare di fare il medesimo errore ;
– eseguire varianti del movimento, piuttosto che svolgerlo nello stesso modo, porta a sviluppare processi di pensiero profondi e un pensiero critico nell’atleta che avrà diverse modalità di agire in risposta ad uno stimolo esterno.

Un progetto di calcio fondato proprio su queste modalità è Smartgoal, ideato da Andrea Golia, allenatore qualificato Uefa B, che vanta esperienza in società quali Juventus Soccer School, Arsenal Soccer School e attualmente Inter femminile.
Smart, dall’inglese intelligente, brillante, rapido, ci fa pensare alla sfera psicologica dell’atleta, alla velocità di pensiero e di esecuzione, elementi che portano ad affinare i tempi di reazione durante il gioco.

Per conoscere meglio Smargoal, ho intervistato Andrea Golia, attualmente impegnato in un progetto con la società sportiva ASD Arca di Milano, con la quale ha svolto un allenamento con la squadra femminile. Di seguito il testo dell’intervista e i pensieri delle ragazze dell’Arca.

“È stato interessante e molto coinvolgente. E vorrei tanto rifarlo. Sono migliorata grazie ai suoi suggerimenti”. (Maria M.)

Andrea, com’è nato il nome Smartgoal?
“In primo luogo, il nome riguarda un gioco di parole rispetto al quale segnare un goal in maniera “smart” vorrebbe dire aver compiuto un gesto fuori dalla norma, speciale, ed è quello a cui puntiamo attraverso il progetto. Dare i mezzi ai nostri partecipanti per potersi esprimere in maniera intelligente, brillante, veloce, appunto “smart”. Secondariamente il nome riguarda il progetto in senso stretto. Goal inteso come obiettivo, smart come raffinato, elegante. Rappresenta il modo di lavorare della società odierna, alla continua ricerca di un obiettivo difficile e particolare. Riuscire attraverso una metodologia individuale a far crescere i piccoli atleti sotto tutti i profili e ricreando situazioni di gioco reali”.

Smart, dall’inglese brillante, richiama l’importanza della mente durante l’attività sportiva. Quanto è importante, secondo te, l’aspetto psicologico durante i vostri allenamenti?
“La parte psicologica è fondamentale nel nostro modello. Il rapporto 1 a 1 in allenamento richiede un dispendio di energie notevoli. Nell’allenatore la motivazione la fa da padrone. Bisogna far credere al bambino di poter raggiungere ottimi risultati. Cerchiamo di insegnare al bambino l’autovalutazione per fargli capire che l’unico giudizio che conta è il proprio. Sostituiamo accezioni negative con rinforzi positivi. Es. Si passa da “hai sbagliato” a “puoi farlo” e infine “fallo meglio”, per tenere vivo lo stimolo”.

Secondo alcuni autori l’allenamento sportivo è per il 90% mentale e per il 10% fisico, cosa ne pensi?
“Credo proprio che sia così. La bravura dell’istruttore sta nel riuscire a far credere al calciatore di avere capacità e mezzi per poter raggiungere obiettivi realizzabili e fargli trovare la chiave per raggiungerli. Nella mia scuola ogni bambino sceglie da solo un obiettivo particolare su cui migliorare e ci aggiorna costantemente su cosa sta facendo per realizzarlo senza interferenza da parte nostra”.

I vostri allenamenti sono costantemente accompagnati e guidati dalla voce dell’allenatore. Quanto pensi che questa figura, con il suo carisma, energia e leadership, possa portare gli atleti ad una maggiore motivazione durante l’allenamento e poi in partita, e quindi ad un miglioramento della performance singola e di squadra?
“Io da allenatore credo molto in questa figura e nel tempo ne ho capito l’importanza. Qualsiasi gruppo di lavoro ha bisogno di un leader che lo guidi e si prenda la responsabilità di programmare e stimolare.
Gli atleti se ti stimano ti seguono e sono in grado di dimenticare le difficoltà. La voce in particolare è un mezzo per stimolare e creare contatto diretto con il giocatore. Il fischietto creerebbe distacco. La voce invece fa vivere il percorso in collaborazione. E’ come essere un’entità sola che viaggia verso un’unica meta”.

Sono previsti anche dei momenti in cui osservi il giocatore/ la giocatrice senza dare feedback e parlare? Se si, con che fine lo fai?
“Si, sono presenti momenti di questo tipo. Lo faccio per vedere se il ragazzo ha davvero immagazzinato le informazioni ed è in grado di proseguire da solo. Verificare se è in grado di auto-motivarsi anche senza la mia energia”.

Hai svolto alcuni allenamenti con le piccole calciatrici dell’ASD Arca di Milano. Quali le somiglianze e le differenze, se ci sono, nell’ approccio e nello svolgimento degli allenamenti tra le ragazzine e i ragazzini?
“Mi è capitato raramente di fare attività con ragazze, ma è successo. È un mondo che mi affascina perché ho riscontrato nelle giocatrici una maggior attitudine all’organizzazione e una maggior tenacia nel raggiungere gli obiettivi prefissati. Sono più testarde e non mollano finché non ci riescono, è proprio questo aspetto che mi attira verso questo mondo. La motivazione è tutto per me”.

“È stato molto bello questo tipo di allenamento! L’ho trovato divertente e interessante, mi è piaciuto il fatto che era molto dinamico, abbiamo fatto tanti esercizi intensi, divertenti e che servivano per migliorare. Secondo me è un’esperienza da ripetere”. (Marta)

“È stato forte, penso sia stato coinvolgente e credo possa essere un’esperienza da ripetere!”. (Chiara O.)

“È stato bello fare gli esercizi molto tecnici e coinvolgenti; io lo rifarei anche se secondo me per noi allieve poteva essere un po’ più divertente. A me è piaciuto che negli esercizi lui ci incitava a farli sempre meglio e velocemente”. (Rita F.)

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