Marc e Pau Gasol, Steph e Seth Curry nella Nba, Stefano e Alessandro Gentile in Italia, solo per citarne alcuni. Di fratelli celebri nella pallacanestro ce ne sono tanti, non ci stupiamo più. Ma la pallacanestro femminile in Italia ha portato la questione parentele in campo ad un altro livello. Prendi un playmaker qualunque di serie A1, sottoscritta compresa: finisci per giocare più di metà partite contro coppie di gemelle, che sono spuntate tutte in quel ruolo. Francesca e Caterina Dotto, rispettivamente a Schio e San Martino di Lupari, Giulia e Anna Togliani, registe di Torino e Broni (senza parlare di Matilde Villa, la quindicenne dell’anno a Costa Masnaga, appena raggiunta in serie A dalla gemella Eleonora. E fanno sei, non vale…). Ho avuto bisogno di qualche anno per capirci qualcosa. Per di più a me capita anche di “affrontarle” a volte in un’altra veste, quella di giornalista. E pure fuori dal campo le insidie sono dietro l’angolo: quando ho intervistato Francesca Dotto per “Pink Basket” siamo andati ad un pelo dal mettere in copertina la foto di Caterina: con maglia da allenamento Italia, senza numero, l’errore era dietro l’angolo. Dopo frenetiche consultazioni fra chi le conosceva meglio, ne siamo venuti a capo.

La gemellanza è un mistero stimolante per quasi tutti: come ci si sente davvero a “essere due”, ad avere un ricambio quasi identico, a crescere sempre allo specchio? Altro che Lila e Lenù de “L’Amica Geniale”. Stavolta lo raccontano Giulia e Anna Togliani, classe 1998, playmaker ovviamente, tra le risate dei vent’anni e la consapevolezza di avere un tesoro speciale a portata di mano o di cellulare. E anche stavolta non è stato facile, dato che perfino le voci sono quasi identiche. Mi scappa un sorriso, suggerito dai vent’anni luminosi e spontanei di queste ragazze in carriera. E risento divertita le loro risposte, che ci riportano frammenti delle loro vite. 

A che età avete iniziato con la pallacanestro?
Anna: A 7 anni e fino ai 18 abbiamo giocato insieme. Poi quando avevamo 14 anni siamo andate entrambe alla Reyer. Ci siamo trasferite in terza superiore.  Sempre in due.
Scudetti giovanili?
Giulia: Sei.
Tutti quelli che c’erano da vincere in pratica.
G: Ne abbiamo perso uno under17 e uno under19.

Poi come si è sviluppata la vostra carriera senior?
A: Finite le giovanili, io ho fatto un anno senior alla Reyer Venezia.
G: Mentre io sono andata a Crema.
A: Nel 2018 poi io sono andata a Broni, dove sono tutt’ora.
G: Ed io a Torino, anch’io alla mia seconda stagione.
Com’è nata la passione per il basket?
A: Grazie a nostro fratello. Giocava, ci ha portato con lui in palestra ed è iniziato tutto. Ma è andata sempre così, abbiamo via via copiato gli sport che praticava lui: lo sci, il calcio, il basket.
G: Lo sci è stato il nostro primo sport.
Quindi abbiamo rischiato di avere due gemelle di successo nello sci. Ma chi sciava meglio?
A: Ad anni alterni.
G: Poi quando siamo andate a Venezia ovviamente abbiamo dovuto fare una scelta.
Ma c’era una delle due che era più predisposta a scegliere il basket su tutto il resto?
A: Lo sci è troppo faticoso! Assolutamente entrambe più che convinte sulla pallacanestro.
G: Ce la cavavamo bene, poi da lì a dire che saremmo diventate qualcuno ce ne passa.
E dopo tutti questi anni in cui avete condiviso la vita di squadra, come avete affrontato la separazione
A: All’inizio abbiamo fatto un po’ fatica. Avevamo da sempre vissuto tutti i giorni insieme, poi di punto in bianco la quotidianità è completamente cambiata: la sorella è lontana e lo abbiamo inizialmente accusato. Ma alla fine ci sentiamo tutti i giorni, e siamo sempre state abbastanza vicine, dunque abbiamo sempre trovato il modo di vederci spesso.

Vi siete un po’ stancate della gente che vi fa domande sull’esclusività del vostro rapporto, sull’essere gemelle?
A: In realtà questa cosa l’abbiamo sempre vissuta come uno scherzo, quindi non ci ha mai pesato. Siamo abituate, capita che si confonda anche chi ci conosce da anni.
G: Rispondiamo abbastanza sfrontate, la mettiamo anche sullo scherzo. Ci fanno qualsiasi tipo di domande, persino se quello che penso io lo pensa anche lei, ci mettiamo scherzosamente alla prova.
Sicuramente non mancheranno gli episodi divertenti, in campo e fuori…
A: A scuola non era proprio facile per i professori. Durante una lezione di spagnolo, l’insegnante ha chiamato me e invece si è alzata Giuli, ma i compagni di classe non sono riusciti a rimanere seri, dunque il tentativo di scambiarci non è andato a buon fine. Ma ci siamo andate vicine, se non fosse stato per l’ilarità generale il prof non se ne sarebbe accorto.


Non solo la squadra di club, ma anche tutto il percorso nelle nazionali giovanili è stato condiviso, giusto?
G: Ripensandoci, sono quasi sicura che in Nazionale, dopo tutti i raduni insieme, ancora non abbiano le idee chiarissime su come riconoscerci. Anzi, direi proprio il contrario: è molto più raro che sappiano chi è l’una e chi e l’altra! (risata). Abbiamo perso il conto delle volte che hanno sbagliato a chiamarci, è la normalità.
A: È successo anche che ci attribuissero errori dell’altra. Durante qualche allenamento a Venezia, quando in difesa andavo un po’ troppo alla ricerca della palla, sono sicura che la cazziata se la sia presa più di una volta mia sorella!
Quasi dieci anni di allenamenti una contro l’altra. Massimo agonismo oppure vi risparmiate qualche cosa?
A: Competitive.
G: Al punto giusto, rispetto a Francesca e Caterina Dotto, che si scannano in allenamento, siamo un po’ più tranquille.
A: Io sono felice quando lei fa bene, anche se segna contro di me che la difendo.
Litigate?
A: In campo tutto sommato no.
G: Qualche regolare “vai a quel paese” di normale amministrazione.
A: Fuori dal campo capita, sì.
G: Anche se succedeva di più quando eravamo piccole, ora meno.
Ora vi siete trovare a giocare contro già 4 volte in questi due campionati. Come gestite le sfide in famiglia?
A: Ovviamente non è una cosa che amo molto fare, ma è chiaro che poi si gioca per vincere.
G: Diciamo che “l’istinto killer” che ti viene contro un avversario qualsiasi è un po’ attenuato! Mi ricordo la partita contro Broni della scorsa stagione: Massimo Riga, il mio allenatore, mi continuava a dire di pressarla, di difendere forte. Insisteva molto, quasi per evitare che non dessi il 100% contro mia sorella. Ma io le stavo già correndo dietro, e non poco (risata).
Dopo la partita torna tutto alla normalità o perdere contro la sorella è diverso?
G: Giulia cancella tutto dopo la sconfitta, tanto perde sempre! (risata). Anna fa sicuramente un po’ più fatica! Ma è migliorata molto.
A: Da piccolina tenevo molto più il muso, adesso no, ho imparato a gestire le sconfitte. Riesco comunque a scindere le cose: sono contenta per mia sorella quando vince anche contro di me.
G: Da piccoline, quando facevamo gare di sci, io ero sempre felicissima se andava bene ad Anna, lei col cavolo!
Che qualità ruberesti a tua sorella?
A: Io vorrei avere un po’ più della sua visione di gioco.
G: Io un po’ della sua sfrontatezza quando si tratta di attaccare il canestro.
Un difetto?
A: Non tira mai! Troppo poco, davvero.
G: Forse sì, hai ragione. Di Anna? Cosa ti dico sempre? Che non hai difetti? (risata). È troppo critica con sé stessa, troppo severa.
In una gara di cucina chi la spunterebbe?
G: Io, tutta la vita. Una “x” su Giulia, ma gigante proprio, non c’è gara.
A: Confermo, niente da dire.
Torniamo in campo. C’è un aspetto su cui vi state concentrando in particolare?
A
: Io sul playmaking, sto cercando di lavorare il più possibile su questo aspetto in generale.
G: Migliorare la gestione dei momenti difficili e sul tiro.
Cosa non può mancare nelle vostre giornate al di fuori della pallacanestro?
A: Il riposino pomeridiano. Allargherei il discorso al dormire in generale…
G: Anna è un ghiro! Io mi alzo, studio, se Anna potesse dormire fino a mezzogiorno sempre lo farebbe. Chiedete poi a mia sorella quante volte sono andata io a Broni e lei è venuta a Torino! È molto più sedentaria (risata).

Il momento più felice della vostra carriera?
G: Mi sa che diremo la stessa cosa vero?
A: Anche in Nazionale? No, ma ripensandoci in Nazionale abbiamo sempre perso. Dico i quarti di finale della Finali Nazionali 2017, quelle del nostro ultimo scudetto U20 con la Reyer.
G: Sì anche io avrei detto quella. Eravamo sotto di 17 all’intervallo e abbiamo poi vinto con una tripla allo scadere.
A: L’ultima azione decisiva Giulia mi passa la palla e io ho segnato da tre. Dopo quella vittoria sono quasi scoppiata a piangere, forse l’adrenalina. Ma davvero una partita emozionante che ci è rimasta impressa.

Il momento più difficile invece?
All’unisono: La sconfitta in semifinale all’Europeo U20 persa al supplementare, contro la Serbia.
Avete mai bisogno di spazio per affrontare le cose?
A: Ci confrontiamo spesso, capita anche che i toni non siano sempre pacati, a seconda del momento.
G: Sì non si tratta poi solo di campo, mia sorella è la prima persona che cerco nei momenti di difficoltà. 

Una vita in simbiosi, ma in campo, qualche differenza c’è, nonostante la somiglianza per stile di gioco e movimenti. Anna è un playmaker con una spiccata propensione offensiva, mentre Giulia ha dalla sua una visione del ruolo più tradizionale e ragionato. Entrambe sono giocatrici coraggiose e di temperamento, non le vedrete mai tirarsi indietro con una palla pesante in mano. Ad un certo punto dell’intervista, quando ormai sono convinta di aver capito chi dicesse cosa, qualche dubbio mi assale. Sarà Giulia che parla in terza persona o Anna che parla della sorella? Poco male se poi qualcuno non distingue: dall’altra parte c’è solo una forza immensa, la fortuna di essere sempre due. Non si annullano una nell’altra, per quello interessa poco se qualcuno le confonde: non si sentono mai sminuite, ma “più”. Sono fortunate: il loro plus/minus è sempre plus.

 

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