Calcio

Calcio femminile / A Genova il primo scudetto della storia. Fabbri:”Nel ’68 ci battevamo perché venissimo accettate”

Il Genova al rientro da Pisa dopo la vittoria dello scudetto (Foto: per gentile concessione Maura Fabbri)

Correva l’anno 1968. Cinquantuno anni fa il Genova vinceva il primo scudetto della storia battendo in finale la Roma Cf, unica formazione dell’epoca ancora esistente oggi. Le giallorosse si rifecero l’anno dopo conquistando il tricolore proprio ai danni della formazione genovese.
Fummo prime per tutto il campionato – ricorda Maura Fabbri, una delle giocatrici leader di quella squadra – poi pareggiammo in malo modo a San Giorgio a Cremano, su di un terreno impossibile, e fummo costrette allo spareggio, di nuovo con la Roma. Quella volta lo scudetto andò a loro“.


Maura Fabbri, 67 anni, genovese, vincitrice del primo scudetto di calcio femminile nel 1968 con la società A.C.F. Genova e giocatrice della prima Nazionale italiana in rosa è felicissima per quello che sta accadendo al movimento grazie anche alla spinta di questi Mondiali francesi.
Ho visto la partita contro l’Australia, è stata emozionante e ho sofferto tantissimo. Le ragazze hanno dimostrato di crederci fino all’ultimo. Ho visto dal vivo molte gara di questa Nazionale negli ultimi mesi, devo dire che la Federazione sta facendo un ottimo lavoro. Queste azzurre hanno voglia, passione, amano questo sport e mi pare che non siano neppure “montate”, sono sicura che saranno in grado di gestire anche questa improvvisa popolarità. Noi eravamo delle pioniere, il nostro gioco era istintivo, si basava quasi esclusivamente di capacità personali. Il calcio femminile in Italia è all’anno zero. Con questo Mondiale potrà dimostrare veramente quanto vale, sono davvero felice“.
Davvero una bella soddisfazione per chi negli anni Sessanta giocava a pallone nonostante molte, troppe remore da parte dell’opzione pubblica. “Nel ‘68 ero veramente una brigante: per me è stato il periodo più bello perché, mentre le donne contestavano e si battevano per le loro idee, io ero in campo e mi battevo perché le donne calciatrici venissero accettate per quello che erano”.

 

Tutto cominciò quando  la figlia di Olga, titolare di una trattoria di via Canevari e tifosissima del Genoa, fece pubblicare un annuncio su un giornale locale: “Cercansi calciatrici”.
A quei tempi non c’erano molti altri diversivi: tutte le ragazzine giocavano al pallone per strada con i loro coetanei. Non fu difficile mettere in piedi una squadra solo per noi”. Acf, Associazione Calcio Femminile Genova. “Giovani e coi pantaloncini corti: all’inizio gli spettatori venivano più che altro per vederci le gambe, la curiosità. Poi però cominciarono ad appassionarsi, anche perché sapevano davvero giocare“.

La squadra giocava a Pontedecimo, un quartiere genovese della Valpocevera. “Obiettivamente veniva a vederci tanta gente, anche duemila persone. Con quegli incassi, insieme a quelli dei tornei estivi e gli abbonamenti riuscivamo a coprire le spese di tutte le trasferte”.
La favola dell’Afc Genova – maglia e pantaloncini bianchi con bordino rosso, la croce rossa di San Giorgio al centro in campo bianco – durà però poco.”Sono andata a giocare a Piacenza. In cambio di un lavoro da segretaria nell’azienda dello sponsor e la squadra ha perso pezzi importanti. Ognuna ha fatto poi il suo percorso. Io ho continuato a giocare e poi ho fatto la mia carriera come manager nel settore della moda. All’inizio era dura perché dovevo prender fare per giocare in campionato e in Nazionale fino a quando non ho lasciato il calcio. E’ stata una scelta dolorosa ma andava fatta“.
All’epoca, come tra l’altro oggi, le calciatrici non erano professioniste. “Ma che professioniste, neppure i rimborsi spese per le trasferte avevamo: un panino con una bottiglietta d’acqua e via.  In Nazionale ora almeno le ragazze sono super seguite, hanno medici, preparatori atletici, psicologi e uno staff importante. Noi avevamo al seguito l’allenatore, un medico generico e una donna che svolgeva la mansione di accompagnatrice, cercava insomma di tenerci a bada. Ma faticava parecchio…“.

La Nazionale italiana vincitrice dell’Europeo a Torino nel 1969

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Matteo Angeli

Matteo Angeli

Direttore responsabile

Il fatto di aver avuto un papà bravo giornalista ha indubbiamente segnato la mia vita. Ma di sicuro lui non ha influito minimamente quel giorno che, appena diciottennne, rimasi folgorato da un tremendo fatto di cronaca. Chiesi ad un cronista di portami con se e fu in quel momento, mentre osservavo la scena, che sentii nascere qualcosa dentro: da grande anch'io avrei fatto il giornalista. Neppure il tempo di pensare che mi trovai in prova a Radio Babboleo, l'emittente più importante della mia terra, la Liguria. Quindi l'assunzione, poi le prime esperienze in tv, sui giornali locali, fino ad approdare al "mitico" Corriere Mercantile. Cronaca nera, politica, spettacoli e poi sport, tanto sport. Poi tante altre esperienze, di ogni tipo, in ogni campo. Oggi dopo quasi trent'anni il giornalismo è cambiato, e non poco. Io, a parte qualche ruga e qualche capello bianco, sono invece rimasto lo stesso. Pronto all'ennesima sfida.

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