Camilla Valerio è una ragazza figlia dei suoi tempi, nomade culturale e cittadina del mondo. Ma è anche un’atleta appassionata del suo sport, la pallacanestro, che è riuscita nell’intento di riequilibrare la vita in campo, fatta di emozioni forti, di vittorie e sconfitte e di canestri miracolosi, alla vita fuori dal campo, quella necessaria a diventare donna, professionista ed essere umano con lo sguardo rivolto al mondo e alle sue infinite contraddizioni.

La chiacchierata che io e Raffaella Masciadri abbiamo fatto con Camilla Valerio per Sportive Digitali, è stata insolita e ci ha portato a scoprire le mille sfaccettature di una ragazza che, pur originaria di Bolzano, ha parlato con noi in una dolce cadenza del sud. È lei stessa che ha ammesso di adattarsi facilmente ai linguaggi e dialetti dello stivale ed è successo ogni volta che ha cambiato squadra negli ultimi anni. 

La tesi di Camilla: immigrazione e politica

È bella Camilla. Di quella bellezza disincantata di chi, a quasi 30 anni, ha deciso di prendere di petto il mondo. E lo ha fatto scegliendo di affrontare temi delicati e fortissimi nella sua tesi dedicata all’analisi dell’atteggiamento del nostro Paese nei confronti dell’immigrazione e soprattutto dell’impatto della retorica aggressiva e restrittiva della destra populista sulle scelte politiche e comunicative dei partiti mainstream in particolare del Partito Democratico.

Ma come è arrivata Camilla a scrivere e ragionare di temi apparentemente così lontani dal basket? Il percorso per conseguire la Laurea Triennale in Scienze della Comunicazione a Ferrara nel 2015 si incastra con il suo impegno in campo con la Pallacanestro Vigarano. Poi Camilla si sposta a Graz in Austria dove, con la Ubi Graz, vince lo scudetto austriaco nel 2019. La sua scelta è determinata anche dallo studio e dalla Laurea Specialistica in Global Studies presso la Karl-Franzens University of Graz. Ed è al termine di questa esperienza formativa che discute la tesi “The Normalizations of Far-Right Populism” (che è divenuto un libro il cui abstract è disponibile QUI)

Lo sport come elemento fondamentale di integrazione

Il fenomeno dei flussi migratori non si è arrestato. La letteratura contemporanea stessa lo riporta a memoria e alla luce. Come nel romanzo di Ilaria Tuti, “Luce della Notte” dove l’autrice percorre una narrazione attorno alla rotta balcanica, la Balkan Route, quella che collega la penisola balcanica all’Unione Europea. Un tratto impervio e pericoloso che il 2020, dopo il lockdown, ha visto circa 2000 migranti attraversarla (quelli censiti) per una media di 7 esseri umani al giorno. Oltre le logiche politiche e le responsabilità oggettive, Camilla è fermamente convinta che lo sport è e sarà sempre un elemento di integrazione fortissimo e che nulla come il gioco rappresenta un linguaggio senza traduzione necessaria.

Le difficoltà di genere, il caso Greta Beccaglia e la violenza dell’indifferenza

Basterebbe avere empatia. L’intervista a Camilla Valerio si incastra con i fatti occorsi a Greta Beccaglia nel post partita Empoli-Fiorentina. Ed è proprio Camilla, in un post successivo alla nostra intervista, a esprimere il suo punto di vista e lo fa con estrema lucidità, identificando, secondo me, il vero problema. La condizione femminile (soprattutto nello sport) è in uno stato di emarginazione culturale profonda. E ciò non è solo dovuto al fatto che un uomo possa permettersi di “toccare” e aggredire o oltrepassare il limite anche con le parole. Camilla tocca il punto: non c’è solidarietà tra gli esseri umani. Non c’è empatia tra gli spettatori del fatto e la persona aggredita. Non c’è al punto tale che la donna mette in dubbio (dentro di sé) la sua presenza in quel posto, il suo abbigliamento in quel momento (anche Greta ha fatto riferimento, scusandosi quasi con se stessa, ai jeans e al giubbotto corto) e non fa inizialmente caso al fatto che nessuno l’abbia difesa o protetta, uomo o donna, adulto o ragazzo.

“Una volta ero su un pullman che andavo in Kosovo e un uomo mi ha importunata per ben 3/4 ore, si è seduto vicino a me senza il permesso, mi ha chiesto i miei contatti e nonostante il mio rifiuto insisteva. Ero in un luogo non sicuro, da sola, di notte. In un pullman pieno di uomini. E sapete che cosa ho pensato per prima cosa: perché mi sono messa in questa situazione? È colpa mia. Oggi, col percorso femminista di decostruzione che sto facendo so che io ero al posto giusto, e sai cosa avrei dovuto pretendere? Sai cosa avrei voluto? Avrei voluto che qualcuno si alzasse e gli dicesse, “Ti ha detto di lasciarla stare, lasciala stare.” Avrei voluto qualcuno che lo dicesse al conducente, a un’autorità. Avrei voluto sentirmi nel sacrosanto diritto di incazzarmi perché stavo subendo un comportamento inopportuno non richiesto. Avrei voluto avere la consapevolezza di essere dalla parte giusta.” (Camilla Valerio nel suo post su Facebook del 29 novembre)

Forse la strada è ancora lunga. Non è sufficiente postare foto il 25 novembre con un baffo rosso ma occorre un cambio di rotta culturale. Così come non basta “una tantum” scovare e punire il colpevole. È necessaria una lenta costruzione della consapevolezza delle donne e degli uomini verso un processo di “normalizzazione” dell’empatia tra i generi.

Camilla oggi si divide tra la vita in campo e la sua passione per la scrittura e per il giornalismo. Scrive per il Corriere del Mezzogiorno, è in attesa del patentino da pubblicista e nel frattempo ha aperto un blog www.camillavalerio.com nel quale affronta temi legati alla narrazione che si sviluppa attorno ai fenomeni migratori. 

Di una cosa sono certa. 

Ora Camilla sa di essere dalla parte giusta.

(immagine di copertina gentilmente concessa da BOW – Basket Offseason Workout)