Un  mito, una leggenda. Kathy Switzer fu la prima donna a correre la maratona di Boston nel 1967. Per partecipare utilizzò uno stratagemma: al momento dell’iscrizione si firmò con un generico K.V. Switzer. Il giorno della maratona, il direttore Jock Semple, accortosi dell’inganno, cercò di strapparle la pettorina – la mitica 261 – mentre correva. Kathy Switzer continuò a correre, tagliando il traguardo, in 3 ore, 21 minuti e 40 secondi. “Sapevo che se avessi smesso, nessuno avrebbe mai creduto che le donne avevano la capacità di correre per oltre 26 miglia”, dichiarò in seguito.
Lo scatto di quel momento fece il giro del mondo, e grazie a quel suo gesto le donne iniziarono ad essere ammesse alle maratone.

Un tabù per le donne

Per le atlete partecipare a una maratona pubblica era un vero e proprio tabù. In quegli anni la maratona di Boston era un evento unicamente maschile e nessuna donna aveva mai provato a partecipare ufficialmente, anche se per la verità nel 1966 Roberta Gibb aveva gareggiato in incognito senza registrarsi e camuffandosi con una grossa felpa. Kathrine, però, voleva cambiare le cose e per farlo doveva iscriversi e correre apertamente davanti a tutti come donna.
Kathrine era iscritta al College di Syracuse dove seguiva lo sport solo da reporter. Correva e si allenava coi maschi, anche se non poteva iscriversi a nessuna gara.
Poi, un giorno, conosce l’uomo che le cambia la vita. Si tratta di un postino dell’Università che corre maratone, un signore sui cinquanta che si chiama Arnie Briggs e ha già partecipato a 15 edizioni della Maratona di Boston. Corrono sempre insieme, la ragazzina e il postino che la aiuta a migliorare e le racconta le grandi imprese dei maratoneti in gara a Boston.
Una sera, mentre si allenano con il freddo, Kathrine gli chiede. «E se mi iscrivessi anch’io alla maratona?». L’allenatore le rispose: «Nessuna donna può partecipare alla maratona di Boston. Ma se c’è una donna che è in grado di farlo, beh, quella sei tu».
Fino agli anni ’70, infatti, il mondo dello sport ha ostacolato l’affermazione dei diritti delle donne, impedendo la loro partecipazione alle competizioni agonistiche, poiché discipline come la corsa non erano ritenute «attività “da signore”. Fa male agli organi riproduttivi. Fa venire le gambe grosse. Non è un bello spettacolo vedere una donna mentre corre!».
L’idea di correre per lunghe distanze è sempre stata considerata molto discutibile per le donne” conferma Switzer nella sua biografia “pensavano che ci sarebbero venute le cosce grosse, che ci saremmo fatte crescere i baffi e l’utero ci sarebbe caduto”.

Orecchini e rossetto

Il giorno della maratona,fa freddo e nevica moltissimo. Kathy Switzer indossa orecchini e rossetto per dimostrare, tra le altre cose, che si può essere femminili anche facendo sport.
Le viene consegnata la pettorina con il suo numero, il 261. Ma gli animi degli atleti intorno a lei iniziano a scaldarsi: c’è chi la appoggia e ovviamente chi la deride. Il direttore della gara, Jock Semple, è furibondo al punto da inseguirla con la macchina. “Vattene dalla mia gara e dammi la pettorina!”.
Mentre correvo – racconta Kathrine – istintivamente ho girato velocemente la testa e ho mi sono trovata davanti la faccia più malvagia che avessi mai visto. Un uomo grande, un uomo enorme, con i denti scoperti era pronto a saltarmi addosso“.
Diverse foto mostrano Semple mentre prova ad aggredirla e a strapparle la pettorina prima che il fidanzato di Switzer intervenga. “A quel punto non sapevo se sarei riuscita a continuare” spiega ancora Katherine – Ma sapevo che se avessi smesso, nessuno avrebbe mai creduto che le donne avessero la capacità di correre più di 26 miglia. Se smettessi, tutti direbbero che è stata una trovata pubblicitaria. Se smettessi, riporterei lo sport femminile indietro, molto indietro, invece che avanti. Se smettessi, Jock Semple e tutti quelli come lui vincerebbero. Così la mia paura e la mia umiliazione si sono trasformate in rabbia“.