E’ un piccolo passo ma potrebbe essere quello decisivo. Il professionismo femminile nello sport sembra davvero avvicinarsi sempre di più in Italia. L’emendamento alla legge di Stabilità è di poche righe, ma i suoi effetti potrebbero essere rivoluzionari e aprire la strada al professionismo femminile, nel calcio e negli altri sport. Prevede un robusto incentivo per le società che “stipulano con le atlete contratti di lavoro sportivo”, con un’estensione della legge 91 sul professionismo anche alle donne. Si tratta del versamento del 100 per cento dei contributi previdenziali e assistenziali, entro il limite massimo di 8mila euro su base annua (che corrisponde a un ingaggio lordo di 30mila). Insomma lo Stato viene incontro alle società attraverso le federazioni proprio per superare la discriminazione uomini-donne.
Non è possibile che al Mondiale di Francia, fra le prime otto squadre, eravamo le uniche non professionisteribadisce Sara Gama.
Per arrivare al professionismo vero e proprio ci vorrà del tempo e soprattutto ci vorranno le coperture finanziarie che al momento non bastano.
Oggi le atlete italiane che fanno dello sport il loro «lavoro» sono costrette a gareggiare da dilettanti, senza eccezioni, perché nessuna federazione permette loro di accedere all’attività professionistica.
«In Italia sono sei su sessanta le discipline considerate professionistiche: calcio, golf, pallacanestro, pugilato, motocicismo e ciclismo. Ma solo per gli uomini» il pensiero di Luisa Rizzitelli, ex pallavolista e presidente  l’associazione delle atlete italiane Assist, che da anni porta avanti la battaglia per l’inclusione delle donne nello sport professionistico.

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