Il talento non è sufficiente se non è accompagnato da una giusta cultura sportiva abbinata all’entusiasmo. Lo sa molto bene Raffaella Manieri, calciatrice classe 1986, nata a Pesaro, dove ha iniziato a tirare i primi calci ad un pallone che poi è diventato la sua vita: nel ruolo di difensore Raffaella ha iniziato nell’Arzilla Pesaro, per poi passare nel 1999 al Senigallia. Da lì sono poi arrivate le maglie del Torino, del Bardolino Verona, della Torres e del Bayern Monaco. Un’esperienza, quella tedesca, iniziata nel 2013 e durata tre anni,  fondamentale per Raffaella, tornata poi a casa, tra Brescia e Ravenna, per approdare nell’estate 2018, con la fascia di Capitano, al Milan, sezione femminile dell’omonima società calcistica maschile che seguendo le orme della Juventus sta facendo un grande lavoro per aiutare il calcio femminile a crescere. Un totale di sette scudetti nel palmares di Manieri per ora, e non mancano ovviamente le esperienze con la maglia azzurra;  l’inno fa sempre venire qualche brivido. 

Raffaella, partiamo dal principio: quando ti sei resa conto che il calcio sarebbe stato il tuo futuro?
“Non saprei, direi che è qualcosa di innato. Mia madre dice che ho iniziato a calciare quando avevo due anni, che non ho mai voluto una bambola ma solo palloni. Poi ho iniziato a giocare con i bambini della mia zona, ovviamente tutti maschi, ero l’unica femmina”. 

I maschietti come vedevano questo tuo interesse?
“Devo dire che non ho mai avuto problemi. In questo caso sono stati molto bravi allenatori, famiglie, i miei genitori. Certo, capitava che qualche ragazzino dicesse “cosa ci fa una bambina qui? “, ma quando vedevano che sapevo giocare bene, magari anche meglio di loro, la smettevano subito. Anzi, aneddoti simpatici  vengono da quando arrivavo sulla palla prima di un avversario o avevo la meglio ed era lui ad essere preso in giro: ” ma come, ti fai battere da una femmina?”, sempre in modo giocoso però, mai cattivo”. 

Veniamo all’età adulta, nel 2013 sei andata in Germania per giocare con il Bayern Monaco…
“Si, allora credevo di aver raggiunto il punto più alto con il calcio italiano, di non poter andare oltre. Era il 2013, la società tedesca mi aveva visto giocare in Nazionale proprio contro la Germania, agli Europei. Da lì è arrivato un contatto e la possibilità di trasferirmi. Perciò ho fatto il provino e mi hanno presa. All’inizio non giocavo, poi è arrivata l’occasione giusta e l’ho colta. Dovevo rimanere sei mesi, sono rimasta tre anni. Da quel momento è cambiato tutto”.

In Italia il calcio femminile ha iniziato da poco ad avere un reale seguito, anche la stampa ne parla di più. Giocando all’estero, in un  paese dove questo sport è più noto, avrai notato le differenze.
“In Germania giocano oltre 870 mila giocatrici tesserate ed è la seconda federazione più numerosa al mondo dopo gli USA. Le donne sono riconosciute come atlete professioniste.  Ecco perché la nazionale tedesca e forte e ha vinto. 
Anche a livello mediatico c’è interesse le partite di Frauen Bundesliga  (massima divisione di calcio femminile n.d.r.) venivano date in diretta web, ogni dopo partita si rilasciavano autografi al pubblico, quando abbiamo vinto lo scudetto nel 2015 c’era una gran folla a festeggiare con la squadra. E’ stato in seguito a tutto questo che ho deciso di avvicinarmi ai social network, aprendo anche una mia pagina Facebook, consigliata da mio fratello, anche perché io ero anti social. In poco tempo sono arrivata a venticinquemila like, non avrei pensato ad un tale successo, una tale vicinanza da parte del pubblico. Ho capito che farsi conoscere, specie in settori come il mio, è importante.

Dopo il Bayern Monaco sei tornata in Italia però…
“Si, a Brescia, ma non è stata una buona esperienza perché non stavo bene fisicamente, ho avuto problemi con l’ernia del disco,da lì poi sono andata a Ravenna. La scelta di entrare in un Club non titolato non è stata casuale, dovevo rimettermi fisicamente e volevo stare vicino casa, alla mia famiglia. In questo modo ho avuto però il tempo di dedicarmi ad altri progetti. Nel frattempo però ho visto le cose cambiare intorno al calcio femminile anche nel nostro paese, a partire dalla Juventus. Ho capito subito che alla società bianconera  ne sarebbero seguite altre, infatti così è stato, ed è arrivato il Milan”. 

Infatti ora molte società calcistiche si stanno muovendo per inglobare le sezioni femminili, il Campionato è organizzato dalla FIGC. Sono tutti aspetti positivi.
“Certo, siamo in un buon momento secondo me, possiamo solo migliorare. Molto si deve anche alla Nazionale di Milena Bertolini che è arrivata a qualificarsi per i prossimi Mondiali in Francia. Poi la serie A,  e  la Juventus,  che come dicevo l’anno scorso ha fatto un eccezionale lavoro mediatico intorno alla squadra rosa, e il fatto che abbiano vinto il Campionato ha dato ancor più risalto. Credo che ora anche il Milan come Società stia facendo un ottimo lavoro”. 

Com’è il rapporto con le tue compagne e con l’allenatrice Carolina Morace, un’antesignana del settore?
“E’ un bel gruppo, specie pensando che è stato messo insieme in poco tempo e velocemente. Noi abbiamo iniziato ad allenarci a luglio, ma la squadra esprime già un bel gioco, ovviamente anche grazie alla bravura dell’allenatrice. C’è serenità”. 

Ci racconti due momenti della tua carriera che non dimenticherai mai?
“Non è facile, sono tanti. I cinque anni alla Torres, per esempio, sono stati bellissimi. Se proprio devo dirne due però direi il Mondiale a diciannove anni. La prima volta che senti l’inno nazionale in campo provi un’emozione indescrivibile. Poi direi il primo scudetto con il Bayern Monaco  nel 2015″.

Raffaella, che cos’è Pink Arzilla?
“Le Pink Arzilla sono la squadra femminile della Polisportiva Arzilla composta ad oggi da più di 30 ragazze, alcune di loro hanno già intrapreso il professionismo esordiendo in serie A e serie B. E’ un progetto frutto di 3 anni di lavoro con Francesco Marcucci responsabile del settore giovanile che ha da sempre creduto nel calcio femminile. Le nostre ragazze sin da piccole crescono giocando con i ragazzi con il nostro metodo mixed team”.


Come mai questa scelta?
“Partendo dal fatto che comunque le bambine calciatrici sono sempre di numero inferiore rispetto ai bambini, abbiamo pensato che fosse giusto così.  Non si può partire dal talento, quello quando c’è si vede subito. Bisogna pensare che hai a che fare con persone che si devono ancora formare, devi lavorare sull’aspetto mentale. Senza dimenticare che mettendo insieme maschi e femmine  via via si abbattono pregiudizi e discriminazioni, si cresce meglio”. 

E poi c’è l’Academy…
Visto gli ottimi risultati l’anno scorso abbiamo aperto l’ ACADEMY ovvero un percorso di formazione  rivolto a genitori, tecnici e club che vogliono avviare il calcio femminile e puntare sin da subito al professionismo. Per noi la differenza la fanno le persone quindi prima viene l’atleta e poi viene la campionessa . Così facendo alleniamo mente e cuore oltre a piedi e gambe“.

Quali progetti per il tuo futuro?
“Sicuramente voglio continuare a trasmettere alle bambine la mia esperienza, aiutarle quanto posso nell’ambito del calcio e dello sport. Sto facendo anche un corso di scouting, di ricerca talenti. Credo sarebbe il lavoro giusto per me, potrei lavorare per Società professionistiche mettendo a disposizione le mie conoscenze e le mie capacità nel riconoscere del potenziale in un atleta e aiutarlo a formarsi”. 

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