La caduta fa parte del ciclismo, in tutte le sue forme ed applicazioni. La caduta esterna più di ogni altra cosa la sofferenza intrinseca che è alla base di questo sport e che rende unici i ciclisti. Seppur doloranti, seppur sanguinanti, seppur storditi, trovano sempre il modo per rialzarsi e portare la fida bicicletta al traguardo. È una questione di principio, il piede a terra lo mettono solo se non si può fare altrimenti, se ogni possibile tentativo per risalire in sella è stato fatto.

In queste settimane per Kristine Vogel è stato lo stesso. Non contavano più le medaglie olimpiche, i successi iridati e le vittorie in campo europeo, l’unica cosa che importava era ritornare in sella dopo una caduta orribile, che l’aveva costretta a sottoporsi d’urgenza ad un’operazione alla spina dorsale. Era in pista con la quattro volte iridata juniores Pauline Grabosch. Dopo aver appena iniziato una progressione, in piena velocità, Kristine si è scontrata con un corridore olandese entrato improvvisamente in pista ed è caduta a terra battendo violentemente la testa e la schiena. Portata dapprima in ospedale a Cottbus è poi al Trauma Center di Berlino, è stata sottoposta ad intervento e successivamente a quasi un mese di terapia intensiva.

Ansia, paura, terrore. Ma anche speranza. Già, perché anche nel 2009 Kristine subì un bruttissimo incidente, scontrandosi con un’auto durante un allenamento su strada, rimanendo in coma indotto per due giorni con una vertebra rotta e fratture alle braccia, alle mani e alla mascella. Ne uscì più forte di prima, tanto da diventare campionessa olimpica nel 2012 e nel 2016, consacrazione ulteriore di una carriera già fulgida. No, non possono prevalere i brutti sentimenti, ce l’ha già fatta una Kristine, perché non può rifarlo un’altra volta?

Purtroppo, a volte, il destino sceglie un giorno in cui rincarare la dose ed ecco che Kristine Vogel, pistard tedesca di 27 anni, vincitrice di due medaglie d’oro olimpiche, una nella velocità a squadre a Londra 2012 in coppia con Miriam Welte e una nella velocità a Rio de Janeiro 2016, di undici titoli mondiali, quattro nella velocità, tre nel keirin e quattro nella velocità a squadre, che in carriera si è aggiudicata anche quattro titoli europei, due nella velocità e due nel keirin, e 28 prove di Coppa del mondo, diventa paraplegica.

Quando si è messi di fronte a certi fatti, è difficile trovare le parole giuste. Perché lo sport dovrebbe essere un momento d’aggregazione, una manifestazione di gioia, un’espressione della più sana competizione, non il crudo racconto di una giovane donna che improvvisamente si ritrova ad affrontare la più grande sfida che dovrà affrontare nella sua vita. È difficile trovare le parole giuste perché si rischierebbe di parlare per frasi fatte. E forse le parole più giuste sono proprio le sue.

In un’intervista rilasciata a Der Spiegel, Kristine Vogel ha rivelato a tutti che non potrà più utilizzare le sue gambe, ma che sta facendo di tutto per accettare il fatto compiuto. “È una me***, non potrei dire altrimenti,” ha detto al giornale tedesco. “Comunque la si voglia mettere, non potrò più camminare. Ma che cos’altro potrei fare? Credo che prima s’accetta la situazione, meglio si riuscirà a gestirla.”

La caduta fa parte del ciclismo. Quella del 27 giugno 2018 non è una semplice caduta per Kristine Vogel, è uno spartiacque che segna in modo indelebile la sua esistenza. Tante cose le staranno passando per la testa, ma di una ne sono sicuro: non metterà il piede per terra. Una campionessa del suo calibro, anche se avrà paura di non farcela, anche se temerà di non averne la forza, anche se crederà impossibile farlo, reagirà a questa botta. E quando lo farà, noi saremo lì ad applaudirla.

Foto: Getty Images