L’atleta belga Marieke Vervoort, un oro due argenti e tre bronzi paralimpici fra Londra e Rio (specialità 100-200-400m in carrozzina T51/52), ha posto fine alla sua esistenza attraverso il suicidio assistito, che in Belgio è legale dal 2008.
Vervoort soffriva di una malattia degenerativa che le causava dolori costanti, crampi, paralisi delle gambe e insonnia. Soffriva da quando aveva 14 anni: nel 2008 aveva firmato i documenti per l’eutanasia, che in Belgio è legale dal 2012. Tre anni fa aveva annunciato in un’intervista la sua intenzione di farla finita ricorrendo alla pratica letale che per la sanità belga fa parte delle prestazioni sanitarie garantite dallo Stato. “La gente piangerà – aveva dichiarato Marieke – ma voglio ringraziare per la vita che ho avuto, per il fatto che ora sono felice, sono in pace.
E poi ancora: “A volte il dolore è insopportabile. Piango, grido, soffro di attacchi epilettici. Consumo una grande quantità di antidolorifici, valium, morfina” aveva dichiarato nel 2016 in una intervista alla BBC. “Molte persone mi chiedono come è possibile gareggiare e divertirsi mentre la malattia ti divora il corpo. Per me lo sport è una medicina. Ma per quando ne avrò abbastanza, ho già le carte pronte”.
L’impossibilità di camminare non l’aveva abbattuta, anzi l’aveva spronata a competere: Vervoort giocava a basket in carrozzina, praticava il nuoto ed il triathlon. La passione per lo sport l’aveva portata a competere a livello internazionale dove ha ottenuto grandissimi risultati.

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