Nell’immaginario collettivo il surf è lo sport dei bei ragazzi americani, abbronzati con la tavola sotto il braccio. In realtà, negli ultimi dieci anni in Italia, sono tante le ragazze che hanno iniziato a surfare e a farsi largo in questa disciplina. A parlarci di questo sport è Valentina Vitale, tecnico della Nazionale Italiana di Surf.

Partiamo dall’inizio. A che età ti sei avvicinata al surf e perché hai scelto questo sport? C’è un’età giusta per iniziare soprattutto in ottica di competizioni agonistiche?

«Ho iniziato tardi, a 18 anni. I miei amici praticavano questo sport, già da più piccoli, ma i miei genitori non mi hanno concesso di comprarmi una tavola perché pensavano fosse uno sport troppo pericoloso! Quando sono diventata maggiorenne ho deciso di comprare la mia prima tavola e da lì sono stata catturata dalle onde. Non esiste un’età giusta per iniziare, è uno sport che si può praticare divertendosi ad ogni età. Ovviamente se si vuole intraprendere una carriera agonistica consiglio di iniziare da giovanissimi».

Quanto è difficile per una donna imporsi in questa disciplina? Quali sono i traguardi raggiunti che ti hanno dato più soddisfazione? E quali ti sei prefissata di raggiungere?

«Quando ho iniziato a surfare, circa 15 anni fa, in Italia eravamo meno di dieci donne a praticare questo sport. All’inizio è stata dura farsi accettare in una line up maschilista, ma piano piano ce l’ho fatta. Ho raggiunto tante soddisfazioni, in primis trasformare la mia passione in un lavoro. Trasmettere le emozioni che si provano sulla tavola ai miei allievi mi ripaga immensamente con i loro sorrisi. Da poco più di un anno lavoro con la FISW, settore Surfing, la Federazione italiana di Surf da onda, come tecnico della nazionale. Un sogno nel cassetto? La prima Olimpiade dove sarà presente il Surf, Tokyo 2020»

Se una ragazza volesse intraprendere il tuo stesso percorso, quali consigli le daresti?

«A tutte le ragazze che vogliono imparare a stufare consiglio tanta tenacia, grinta e determinazione. Pian piano i risultati arrivano… basta crederci!»

Fisicamente quanto ti alleni? Quali sono le difficoltà e i rischi che si incontrano nell’approccio a questo sport?

«Attualmente pratico moltissimi sport. Sono una persona dinamica e instancabile. Oltre al surf quando ci sono onde (o all’estero quando viaggio) pratico tanto yoga, arrampicata, corsa e wakeboard. Ora come ora ho smesso la carriera agonistica quindi mi dedico a ciò che più mi piace senza stress eccessivi. In passato, nel periodo prima di una competizione mi allenavo anche tutti i giorni per più ore al giorno sia in acqua che in palestra. I rischi nel surf non sono molti se si pratica con umiltà e rispetto verso il mare. Basta riconoscere i propri limiti e rispettare se stessi»

Parliamo di paure. Chi vuole fare surf di cosa non deve avere paura? C’è stata un’occasione in cui hai avuto paura nel cavalcare un’onda?

«Sfatiamo un mito: la paura degli squali! Tante persone mi chiedono: “ma come fai a fare surf non hai paura che ti mangi uno squalo?” Ho più paura a mettermi in macchina e guidare in autostrada, con tutti i matti che girano. Il mare è fantastico, pieno di creature che vanno rispettate e tutelate. Essere attaccata da uno squalo è una possibilità remotissima. Bisogna vivere il mare con rispetto e serenità, goderselo appieno senza timore. A volte ho avuto paura mentre ero in acqua perché mi sono spinta “oltre” i miei limiti, affrontando delle situazioni al di sopra della mia portata. Ma in fondo è anche questo il bello di questo sport, spingersi sempre più in là. Noi surfisti siamo un po’ “drogati” di adrenalina».

A livello nazionale com’è il movimento femminile di surf? Ora che è diventata disciplina olimpica, l’Italia ha qualche possibilità?

«In Italia attualmente ci sono migliaia di surfiste donne, o ragazze e bambine che iniziano a surfare. Il movimento negli ultimi 10 anni è cresciuto a livelli esponenziali. L’Italia rispetto ad altri paesi, oceanici, non ha la fortuna di avere onde tutti i giorni quindi per noi è più difficile raggiungere risultati ad alto livello. Ma grazie agli atleti che vanno costantemente ad allenarsi all’estero o che hanno scelto un paese con un oceano come “seconda patria”, l’Italia ha delle buone possibilità di qualificarsi per le Olimpiadi. L’importante è credere nel movimento e investire sui giovani».

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