“Il mondo è sempre per l’uomo, gli allenatori sono uomini, gli spettatori anche e noi atlete non dobbiamo solo fare le gare e vincere, dobbiamo anche essere belle. Nessuno guarda se un campione è bello o brutto. Noi invece dobbiamo essere donne nella vita normale e uomini negli allenamenti e nelle gare. Dobbiamo essere cattive, e dure in pista. Noi lavoriamo come uomini.“   (Fiona May)

Come viene percepita la figura dell’allenatrice da una squadra di atleti?

Fin dai tempi delle prime Olimpiadi in Grecia, nel 776 A.C., alle donne non era permesso partecipare, né come atlete, né come spettatrici.
Il primo passo verso l’uguaglianza di genere nello sport risale al non molto lontano 1972 con l’introduzione del Title XI Statue, legge che propose l’equità e l’uguaglianza per le donne nello sport. Nonostante questo primo passo e tentativi successivi di facilitare la partecipazione delle donne nello sport, continuano a persistere stereotipi, pregiudizi e svantaggi, specialmente a scapito di chi allena atleti di sesso opposto.

Uno degli indicatori di disuguaglianza di genere nel mondo dello sport è il rapporto allenatore-atleta. In Italia come all’estero, è frequente trovare un uomo ad allenare una squadra di donne, mentre l’opposto è molto più raro. Per esempio, nei college americani, solo il 2-3% di squadre maschili sono allenate da donne mentre, al contrario, il 57,1% di squadre femminili sono allenate da uomini (Acosta & Carpenter, 2014).

Le poche donne che ottengono una posizione da allenatrice in una squadra maschile, come vengono percepite in Italia e all’estero? Negli Stati Uniti, secondo uno studio di Shuman e Appleby (2016), gli atleti preferiscono essere allenati da un allenatore a seconda del livello delle sue abilità, indipendentemente dal genere. Questo mostra che le opinion degli studenti-atleti negli Stati Uniti si sono basate su pareri imparziali e meritocratici, poiché gli atleti valutano l’abilità di leadership, il professionismo, la fiducia, il rispetto, il supporto, le relazioni positive e la personalità, prima del genere del proprio allenatore.

In Italia non sono ancora stati condotti studi scientifici sulla percezione delle allenatrici da parte di atleti, colleghi e il pubblico generale. Se guardiamo però alle panchine dei nostri campionati di calcio e a come viene percepita la figura di un’atleta donna nello scenario sportivo italiano, sappiamo che purtroppo in Italia siamo ancora lontani da una visione meritocratica e persistono ancora molti pregiudizi.

Eppure numerosi studi illustrano i molteplici vantaggi dell’essere allenati da una donna: le donne sono per natura maestre, nutrici, tendono ad avere un buon equilibrio tra competizione e cooperazione, sono predisposte a fare da mentore. D’altra parte però le donne sono valutate come meno competenti nella strategia di gioco, anche se più abili nel migliorare il carattere degli atleti.

Per superare gli ostacoli che ancora permangono per le allenatrici, il consiglio è di introdurre una figura femminile a fianco degli allenatori, per sensibilizzare gli atleti e il pubblico ai benefici e alla capacità di avere una figura femminile all’interno dello staff. In base alle capacità, le allenatrici dovrebbero poter poi continuare la propria carriera da protagoniste su base meritocratica, una volta testimoniato il loro valore aggiunto.

È importante aumentare, riconoscere e sostenere la fiducia, il rispetto, il supporto e le relazioni positive delle allenatrici da parte dei gruppi sportivi e delle istituzioni.

sara gamaA proposito della relazione atleta-allenatrice/allenatore, abbiamo intervistato la calciatrice Sara Gama dell’Acf Brescia.

  1. Quanti allenatori ed allenatrici hai avuto da quando hai iniziato a giocare a calcio?
    “Più di una dozzina”.
  2. Hai riscontrato delle differenze nel modo di allenare in base al genere?
    “Ho avuto due donne quindi non ho tanti metri di paragone. In ogni caso il calcio in sé non cambia, differisce in qualche modo la gestione del gruppo perché entra in gioco la sensibilità femminile, ma per me non ha fatto poi molta differenza”.
  3. Bertolini e Cabrini, squadra di club e nazionale, riscontri somiglianze e/o differenze nello stile di allenamento e di relazione con la squadra?
    “Si sono due allenatori molto differenti sia a livello tecnico-tattico che di approccio alla squadra. L’una è caratterialmente molto più pacata e riflessiva e tende a rapportarsi in maniera più attenta soprattutto con le giocatrici più giovani, l’altro ha un temperamento più diretto se vogliamo dire, ma la grossa differenza la fa il loro diverso ruolo: una allena una squadra di club, mentre l’altro è selezionatore della nazionale. Le dinamiche sono quindi giocoforza differenti, perché si passa un tempo diverso assieme e gli impegni che si vanno ad affrontare cambiano. Una lavora tutto l’anno ed instaura quindi rapporti più complessi con le giocatrici, mentre l’altro deve riuscire a creare rapporti funzionali agli impegni che la nazionale affronta in un arco di tempo relativamente breve”.
  4. Hai avuto un’esperienza all’estero, quali le somiglianze e/o le differenze con l’Italia, nella percezione dell’allenatrice, sia da un punto di vista sociale che sportivo?
    “Nelle mie due esperienze all’estero (Pali Blues Los Angeles e Paris Saint Germain) ho sempre avuto allenatori maschi. Detto ciò le due realtà, francese e statunitense, sono più avanti di noi in materia di calcio femminile. Le donne sono più coinvolte e ci sono più allenatrici, come ci sono più ragazze che giocano. Di conseguenza si parte da un panorama alquanto differente. Senz’altro è più normale avere un’allenatrice in quei paesi piuttosto che in Italia, e per normale intendo più frequente. Fa parte del processo di crescita della disciplina l’aumento delle allenatrici, come degli arbitri donna e delle donne nelle posizioni decisionali. In Italia se si ha un’allenatrice donna la cosa è naturale, ma come detto meno frequente. Lo sviluppo della pratica richiederà un maggiore aumento delle donne in ogni ambito che riguarda il calcio non solo in panchina”.
  5. Ritieni che le atlete e le allenatrici fatichino a farsi strada nel mondo del calcio
    “Direi che la cosa è evidente a tutti e questo perché, ripeto, la disciplina in Italia necessita sviluppo. Risorse devono essere impiegate per far sì che sempre più donne rivestano i ruoli di protagoniste nella pratica del calcio femminile. FIFA e UEFA hanno da anni avviato programmi che vanno proprio in tale direzione (HatTrick, UEFA Women’s Football Development Programme, FIFA Women’s Football Development Programme, ecc.) volti allo sviluppo delle grassroots, delle élite del calcio, alla formazione di nuove figure di riferimento per le giovani calciatrici (Ambasciatrici UEFA), allo stimolo delle federazioni associate per la creazione di campionati femminili dove mancano, o
    del loro miglioramento dove già esistono. Insomma la strada è lunga e il nostro paese deve certamente accelerare”.

d'astolfoDi seguito l’intervista a Federica D’Astolfo, allenatrice del Sassuolo Calcio Femminile.

  1. Quali squadre maschili e femminili hai allenato nella tua carriera?
    “Ho allenato in una scuola calcio di Reggio Emilia (Polisportiva Foscato), nella quale sono rimasta 16 anni, svolgendo attività di educatrice/allenatrice in tutte le categorie, dai Primi Calci agli Allievi. Questo è il 5° anno che alleno le ragazze della Reggiana Femminile, da quest’anno sportivo Sassuolo Calcio Femminile”.
  1. Quali le somiglianze e quali le differenze, se presenti, nell’allenare una squadra maschile e una femminile?
    “Premesso che le differenze da considerare credo siano più individuali che di genere. È fondamentale, a mio parere, dare attenzione ai singoli individui, in una cura costante della relazione. Dare ascolto e costruire un dialogo basato sulla fiducia reciproca. Ognuno è differente e unico questo indipendentemente dal genere. Se consideriamo invece quella che può essere una tendenza che differenzia i generi, facendo attenzione a non generalizzare in senso assoluto, posso provare a dire che le ragazze hanno un approccio più partecipativo. Dentro l’allenamento cercano di capire il perché, il senso delle cose che fanno. Vogliono imparare per crescere, spinte da forti motivazioni interne, con più tenacia e spirito di sacrificio. Non sono mere esecutrici, ma curiose e piene di domande, con un forte coinvolgimento emotivo in tutte le fasi dell’apprendimento. Quest’ultima caratteristica, quando è eccessiva, può diventare un boomerang. La gestione degli aspetti emotivi in un gruppo femminile è molto più complessa. Per concludere credo che allenare le ragazze possa essere più gratificante, ma molto più faticoso e impegnativo. È necessario mettersi in discussione costantemente come persona e come allenatore e acquisire competenze a 360°. Inoltre se non sei dentro con coinvolgimento e interesse a tutto ciò che le riguarda non ti hanno nemmeno in nota. Ti sentono e ti smascherano subito, non puoi bleffare”.
  1. Com’è stato il percorso da allenatrice in Italia?
    “Ho iniziato “allenando” i bambini. Il mio approccio credo sia stato caratterizzato da un forte senso di responsabilità. Credo che lavorare con i bambini richieda enormi competenze e attitudini particolari. È il lavoro più complesso e di più grande responsabilità, in quanto diventi un adulto di riferimento in fasi molto sensibili della loro crescita. Pertanto tutto quello che fai, che dici e soprattutto che sei ha nei bambini un forte impatto e una notevole influenza. In quegli anni ho vissuto un percorso ricco e stimolante sul piano umano, di grande crescita personale. Altrettanto posso dire della mia esperienza nella Reggiana Calcio Femminile. Nei primi quattro anni ho lavorato con una squadra di giovanissime/allieve e per molti aspetti mi è sembrato un continuum della precedente esperienza. Ho lavorato più per seminare che per raccogliere risultati. Solo quest’anno nell’attuale Sassuolo Calcio Femminile sto vivendo forse la prima esperienza come allenatrice di una prima squadra, più matura e consapevole, che punta a risultati sportivi importanti”.
  1. Ritieni che le atlete e le allenatrici fatichino a farsi strada nel mondo del calcio?
    “Credo che lo sport sia un altro indicatore sociale che evidenzia quanto il ruolo della donna in Italia sia ancora “limitato” a certi ambiti. Sono tanti gli ostacoli culturali che ancora impediscono alle donne di realizzarsi compiutamente e con le stesse opportunità. Il calcio, in quanto considerato territorio maschile, rappresenta ancora di più questa visione arretrata, che vede la donna sempre a rincorrere affannosamente diritti che invece dovrebbero essere uguali in termini di pari opportunità. Qualche cosa sta cambiando, ma è un processo ancora lento, seppur inarrestabile, nonostante le tante chiusure. Nel calcio femminile o nei settori giovanili noi donne rivestiamo un ruolo importante che viene riconosciuto socialmente, ma non vedo ancora possibilità per una donna di allenare in una prima squadra maschile. Per quanto riguarda le atlete, affinché non si arriva al professionismo, non possiamo parlare di pari opportunità di fatto. Si fa un gran parlare di possibilità, ma affinché non ci sono fatti reali, al momento rimangono solo parole. La speranza ovviamente è che finalmente siano riconosciuti i diritti a tutte le giocatrici di svolgere la loro attività come professioniste, partendo dal presupposto che dimostrano già da tempo che professionalmente, e non solo, hanno tanto da dare al movimento del calcio italiano in generale”.

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