“Il calcio è giocato con la testa. Se non hai la testa, i piedi da soli non bastano”. (Johan Cruijff)

Cosa permette ad un atleta di poter fare il grande salto ed arrivare al top? Se chiediamo agli allenatori, senza dubbio ci risponderanno: la testa! Non sono solo le capacità tecniche, fisiche, comunicative e di lettura del gioco a fare la differenza, altrettanto importante, anzi di più, è lo stato mentale che permette a un giocatore di distinguersi dai suoi compagni di squadra, che sono al suo stesso livello tecnico ma non riescono ad emergere.
Di cosa parliamo quando usiamo la parola “testa”?
Con questo termine si intende la “forma mentale” che può essere di due tipi: fissa o evolutiva, vale a dire in crescita.
Chi possiede una forma mentale fissa pensa che le qualità di base, ad esempio l’intelligenza o il talento siano dei tratti fissi, che si possiedono o non si possiedono. Da ciò ne deriva che se non si ha talento, qualunque sforzo si faccia per migliorare sia inutile, il successo non arriverà mai. Ciò porta a precludersi delle possibilità, perché è più forte la paura di competere con gli altri, che vengono visti come una minaccia e con i quali ci si rapporta sempre e solo in termini competitivi.
Chi possiede una mentalità evolutiva, è propositivo e pensa positivo, è disposto al divertimento ma anche a lavorare per far fronte agli ostacoli e ai momenti di crisi. Una mentalità crescente è aperta al confronto, al migliorarsi continuamente, all’imparare dagli errori commessi e dagli altri, visti non come nemici ma come modelli dai quali prendere esempio ed ispirazione.

materiale1Come lavora la mente? Può essere cambiata?

Secondo recenti studi, la forma mentale può essere cambiata e anche la mentalità fissa, con un po’ di lavoro da parte di chi la possiede,  può diventare una mentalità in crescita.

Ecco alcuni passi che possono essere intrapresi per aiutare i ragazzi a sviluppare una forma mentis evolutiva:

  • Fare complimenti ai piccoli atleti relativamente allo sforzo compiuto e non all’intelligenza.
    Secondo Carol Dweck (1999) fare i complimenti ai bambini per il loro impegno e sforzo li porta a dare il meglio di sé, ad ascoltare i consigli fornitogli e ad accettare i fallimenti.
    I bambini premiati per la loro intelligenza, tenderanno a pensare che l’intelligenza sia un’entità fissa e tenderanno a non accettare sfide troppo difficili per paura di fallire ed essere quindi considerati stupidi e non più intelligenti.
  • Il potere del “NON ANCORA”.

Utilizzare questa espressione quando sentiamo i ragazzi/e dire frasi quali: “Non sono bravo in questa cosa…”, “Ci ho provato ma non sono riuscito…” o “Non ce la posso fare…”. Tutte queste espressioni se completate con “non ancora” trasmettono positività e l’idea che lavorando sodo molti traguardi sono possibili, anche se non ancora raggiungibili nel breve termine.

  • Focalizzarsi sul FUTURO: “Cosa posso fare ora per fare meglio la prossima volta?”
  • Dare modelli positivi: per i bambini e i ragazzi è fondamentale avere dei modelli dai quali prendere ispirazione. La motivazione non avviene a caso, ma sono le persone che ci circondano che fanno scattare nella nostra testa una particolare sintonia che ci porta a considerarle dei modelli e a voler diventare come loro.
  • Costruire una cultura che permetta di sbagliare: insegnare ai bambini che le vittorie e i successi arrivano dopo aver sbagliato più e più volte, ed è proprio imparando dagli errori che si può migliorare.

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Intervista a Silvia Piccini, allenatrice delle pulcine dell’A.C. Milan femminile.

  1. silvia-picciniQuali aspetti curi, nelle tue giocatrici, oltre a quelli tecnico e tattico?

“Quando giocavo, il motto della mia squadra era “testa, cuore, gambe, umiltà…mai nessun ci fermerà”. Solo ora probabilmente capisco il vero senso di queste parole, le ho fatte mie cercando di trasmetterne il senso a ogni giocatrice. Mi son sempre chiesta come Totti sapesse mantenere la calma durante un calcio di rigore o come Gigi Buffon fosse in grado di eliminare i fattori di distrazione prestando attenzione continua durante tutta la partita. La gestione delle emozioni di ogni membro nei momenti clou delle partite è una componente fondamentale per avere la possibilità di vincere. La concentrazione e lo spirito di squadra possono ribaltare il risultato di partite ormai date per perse, l’ho vissuto sulla mia pelle. La stessa cosa succede nella vita reale, infatti, mi piace paragonare il calcio o lo sport in generale ad una scuola di vita. L’atteggiamento nei confronti di ogni problema e la reazione è ciò che fa davvero la differenza. Nel calcio, come nella vita, si impara sempre qualcosa, allenamento dopo allenamento, partita dopo partita, giorno dopo giorno, e lo staff che circonda il bambino/a è complice di tutto questo processo. Non parlo solamente dell’arte del dribbling o come eseguire un ottimo controllo orientato, mi riferisco a qualcosa che va oltre. Quindi gli aspetti da curare sono innumerevoli, il gol è avere giocatrici creative, autonome, pensanti, con capacità mentali ed emotive sviluppate”.

  1. Come fai a motivare le tue giocatrici e quali consigli dai agli altri allenatori per trovare la modalità giusta che stimoli in positivo gli atleti?

“Le parole chiave, secondo me, sono divertimento, coinvolgimento, creatività, varietà e comunicazione, senza dare nulla per scontato. É bellissimo quando si avvicina un piccolino/a chiedendoti “cosa facciamo oggi?” stimolare la loro curiosità provoca in loro delle aspettative e lo sperimentare nuove sensazioni, esercizi e tipi di allenamento vuole dire che hanno voglia di mettersi, e implicitamente mettermi, alla prova. Porsi questo tipo di interrogativo stimola nei giovani l’interesse e la voglia di affrontare sempre nuove sfide.
Vi ricordate le partitelle con gli amici? Erano delle vere e proprie battaglie, dove mettevi tutto te stesso, era un gioco in cui l’1vs1 era un duello eccitante e una situazione che tutti volevano cercare, dove l’invenzione di un nuovo trucco era accolto dagli “ooooh” e “aaaah”, e nell’azione dopo tutti provavano a copiarlo ed imitarlo.
Quello che mi piace di più di queste mini-partite è l’ atto di spontaneità ma anche di determinazione, di volontà e sano agonismo che distingue i bambini. Riportare in allenamento “quelle partitelle” fa si che i bambini siano sempre al centro dell’azione di gioco e toccano la palla tantissime volte, garantendo coinvolgimento, aumento della fiducia in se stessi e sicuramente tanto puro divertimento. Un’altra dote che deve avere l’allenatore è la capacità di parlare correttamente ai giocatori, di utilizzare il linguaggio verbale e non verbale, l’intonazione della voce, tutti aspetti destinati a correggere e incoraggiare il miglioramento e la gratificazione, facendo sentire importante e considerato ognuno di loro. In conclusione, per motivare positivamente i propri piccoli giocatori, occorre principalmente amore verso questo sport accompagnando le lezioni da fiducia e comprensione”.

  1. L’allenatore deve gestire una squadra sotto numerosi aspetti: tattico, tecnico, fisico, mentale. Per quanto riguarda gli aspetti tattici, tecnici e fisici gli allenatori si affidano generalmente a collaboratori “specializzati”, mentre per lavorare con la sfera mentale, lo psicologo dello sport è una figura attualmente poco diffusa in Italia. Quanto credi possa essere importante questa figura per uno staff tecnico e per una squadra?

“L’intero ambiente che circonda il bambino/a deve essere in grado di fornire gli strumenti necessari per formare delle persone che un giorno saranno calciatori o calciatrici. Nel contesto calcistico-sportivo, i fattori che influenzano la prestazione sono molteplici, e l’aspetto psicologico, come ho sottolineato prima, è di fondamentale importanza.
Ho la fortuna di lavorare in una società professionistica, dove abbiamo a disposizione uno staff di psicologi dello sport. L’obiettivo finale perseguito dallo psicologo, come descritto dalla F.I.G.C, deve essere quello di creare un linguaggio comune per tutte le figure presenti nella società, dando una continuità e creando un ambiente che permetta di offrire ai piccoli atleti la migliore esperienza sportiva possibile. Per raggiungere gli obiettivi proposti ed essere realmente efficace il lavoro dello Psicologo dello Sport nella Scuola Calcio deve operare su più livelli. Lo Psicologo interviene sui giovani atleti per favorire la loro formazione, come persone e come sportivi; interviene sui tecnici per migliorare la collaborazione e la comunicazione al suo interno, sullo sviluppo psicologico del bambino, sulle dinamiche di gruppo, sulla gestione delle relazioni e interviene anche sui genitori sostenendo l’importanza della valenza educativa e del divertimento.
La strada da percorrere è sicuramente lunga, e i risultati si vedranno nel medio-lungo termine, il lavoro dovrebbe essere progressivo, adattato tanto per le caratteristiche individuali quanto per quelle di squadra nel suo complesso, l’importante è andare tutti in un’unica direzione, che vede al centro di tutto il bambino/a”.

 Intervista alla giocatrice Laura Fusetti del Como 2000. fusetti-cascarano-como

  1. Quanto è importante “la testa” durante una partita?

“Credo che arrivare mentalmente carichi e pronti alla gara sia molto importante. Molte volte esserci con la testa ti dà una possibilità in più…e non essere concentrate spesso può compromettere gran parte della prestazione. Non dico che sia importante tanto quanto la preparazione fisica e quella tecnico tattica ma può incidere molto sulla partita”.

  1. Quali modalità utilizzi per trovare la giusta preparazione mentale prima di affrontare una gara?

“Non ho una modalità precisa per affrontare la partita. Quando entro in campo cerco di concentrarmi al meglio e dare il massimo per me e per la mia squadra. Ci sono persone che hanno bisogno di tranquillità, per altre, meno ci pensano meglio è! Dipende dal carattere. Ma credo che ognuno a suo modo abbia una propria strategia per entrare concentrato in campo…”.

  1. Una partita è molto lunga, possono esserci momenti di difficoltà in cui può capitare di perdere lucidità, concentrazione e motivazione; che strumenti e/o modalità utilizzi per ritrovare un equilibrio che ti permetta di tornare a giocare al meglio?

“Molte volte può capitare che verso gli ultimi minuti di gara la fatica si faccia sentire…le gambe non vanno più e credo che sia proprio in quei momenti che la forza di volontà, cioè la testa faccia la differenza…in quei momenti cerco di dare tutto, di non mollare e di sopperire con la testa alla fatica fisica”.

  1. Hai mai lavorato, durante la tua carriera sportiva, con una figura che si occupasse della sfera mentale degli atleti? Se sì, come avete lavorato e che risultati avete ottenuto? Se no, pensi che questa figura possa servire a migliorare gli atleti come persone dentro e fuori del campo?

“In passato in una squadra ho lavorato per sei mesi con uno psicologo. Facevamo sedute di squadra dove davamo dei voti alla nostra prestazione e parlavamo insieme dei problemi che si erano presentati nelle partite affrontate…non ho molti ricordi sinceramente… Personalmente credo che la motivazione debba venire più da dentro che da qualcuno esterno, ma ci sono persone che magari non riescono a crearsi motivazioni da sole e la presenza di una figura come quella dello psicologo dello sport può essere d’aiuto”.

Francesca Gargiulo

 

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