“Sono qui. Non vado da nessuna parte. Non importa quale sia l’infortunio – a meno che non sia completamente debilitante – io sarò lo stesso giocatore che sono sempre stato. Lo supererò. Farò alcuni aggiustamenti, alcuni cambiamenti, ma tornerò.” Kobe Bryant

Gli atleti professionisti spendono milioni di ore ad allenarsi e a gareggiare. Nonostante questo, o proprio per questo, essi corrono il rischio di infortunarsi molto più di chi si allena saltuariamente. Da una ricerca condotta da Vitale (2011) risulta che, nel calcio, il 75% dei calciatori professionisti (sia uomini sia donne) si infortuna ogni stagione. Esistono delle differenze in base al genere degli atleti. Ad esempio, nelle giocatrici di calcio sono più frequenti gli infortuni alle ginocchia, in particolare la rottura del crociato anteriore (LCA), poiché l’incontro tra il femore e la tibia nelle donne presenta un angolo maggiore.

Questo è dovuto al fatto che le donne hanno un bacino più ampio che inizia a svilupparsi durante la pubertà per ospitare poi la crescita di eventuali figli. Quando vengono compiuti alcuni movimenti, questo angolo porta a rivolgere il femore verso l’interno mentre la tibia cerca di mantenere la sua posizione frontale. La valgenza delle ginocchia, che si sviluppa dall’angolo di cui sopra, imprime una forza concentrata sul legamento crociato anteriore durante ogni torsione in modo da far ruotare il ginocchio, portando ad un aumento del rischio di dolore anteriore e a lesioni.

Inoltre nelle ragazze durante la pubertà, viene prodotta una minore quantità di testosterone, non sufficiente per sopportare lo sforzo fisico che viene chiesto ai muscoli. Questo può portare nelle ragazze a squilibri muscolari con conseguenti infortuni nella zona delle ginocchia.

Un infortunio non debilita solo l’aspetto fisico degli atleti, ma anche, e soprattutto, l’aspetto psicologico. Può capitare che negli infortunati aumenti il livello di stress, la paura di re-infortunarsi e la sensazione di essere abbandonati. Solitamente il grado di impatto negativo dovuto all’infortunio dipende dal tempo che un atleta dedica allo sport e da quanto è elevata la sua identità atletica. Chi compete ad alto livello può soffrire di maggiori disturbi psicologici legati all’infortunio rispetto a chi pratica sport a livello amatoriale; ma, in compenso, essi hanno anche una migliore reazione all’infortunio, probabilmente perché dispongono di maggiori risorse psicologiche per affrontare tale situazione. È importante quindi che durante il periodo di riabilitazione, gli atleti possano beneficiare del supporto delle persone a loro vicine e dell’intervento di uno psicologo che si occupi della prevenzione e del suo recupero dal punto di vista mentale generale e in particolare della gestione del dolore e della paura di tornare a giocare.

Durante il periodo di riabilitazione e di rientro in campo, vi sono diversi interventi psicologici che possono essere proposti all’atleta:
Interventi educativi, nella prima fase di riabilitazione, permettono agli atleti di rendersi conto della situazione in cui si trovano, di ridurre l’ansia e la depressione, e di sviluppare gli atteggiamenti di coping (strategia di adattamento).
Interventi di goal-setting permettono di aumentare la motivazione e di ottimizzare il periodo di recupero. Il fissare degli obiettivi precisi, realistici, stimolanti e basati sul tempo, permette agli atleti di avere il controllo della situazione e del processo di recupero, e al tempo stesso motivarsi.
Immagini mentali (mental imagery), tecnica che permette agli atleti di visualizzarsi mentre compiono un’azione da una prospettiva esterna, o interna. Nella riabilitazione le immagini mentali sono basate sull’anticipazione delle sensazioni di dolore o sulle situazioni ansiogene associate alle strategie di rilassamento.
Interventi basati sul parlare a se stessi (Self-talk) permette agli atleti di riconoscere, cambiare e ridurre i pensieri negativi.
Biofeedback, strumenti computerizzati che permettono di ottenere feedback immediati, grazie a dei sensori applicati sull’atleta che mandano dei segnali ad un dispositivo. I dati che vengono elaborati forniscono informazioni relative all’atleta quali: l’EMG (attività elettromiografica), il battito cardiaco, la pressione sanguigna e le funzioni psicologiche. Ciò permette all’atleta di essere conscio del suo stato psicologico e fisico reale e di avere a disposizione diverse informazioni relative alla fase di recupero.
Interventi di supporto sociale basati sull’assunzione che l’aumento del supporto sociale da parte di famigliari, amici, compagni di squadra, allenatori e/o di figure professionali riduca la percezione negativa sia a livello fisico che psicologico, attraverso l’aumento delle strategie di coping.

Per comprendere più da vicino cosa si prova quando ci si infortuna e come attuare dei programmi di prevenzione dagli infortuni, abbiamo deciso di intervistare una giocatrice del Milan Football Ladies, Francesca Vitale, che qualche anno fa riportò la rottura del crociato anteriore, Alessia Giudici, laureata in Scienze Motorie che si occupa della preparazione atletica della squadra di calcio femminile Orobica ed infine Amedeo Cassia, Tecnico dell’Upc Tavagnacco, squadra che milita nel campionato di serie A femminile, il quale ha visto infortunarsi diverse giocatrici della sua squadra nella scorsa stagione.

Francesca Vitale, Football Milan Ladies:

– Quali sono stati i tuoi pensieri subito dopo l’infortunio?

Ho ben impresso nella mente il momento in cui mi sono infortunata. Ho capito subito che era qualcosa di grave, il dolore era molto forte e inconfondibile. La risonanza e le visite successive hanno solamente confermato quello che per me era molto più di un sospetto. È difficile descrivere i pensieri che mi sono passati nella mente subito dopo perché sono stati tantissimi. Un mix di rabbia, spavento, paura e soprattutto il pensiero di stare lontana dal campo per diversi mesi. Ho pensato che non sarei mai riuscita a superare quel periodo, che avrei lasciato il calcio e qualsiasi attività sportiva, ma la mia passione per questo sport ha prevalso su qualsiasi pensiero negativo e su qualsiasi difficoltà.

  • Durante il periodo di recupero dall’infortunio, cosa ti ha motivata a superare quel momento?

Durante il periodo di recupero da un infortunio lungo la componente più importante, che fa la differenza, è la determinazione. Ho sempre avuto impresso nella mia testa qual era il mio obiettivo. Non vedevo l’ora di poter tornare in campo, disputare una gara ufficiale e tutte le emozioni che questa comporta. Ogni giorno cercavo di trovare dentro di me delle motivazioni sempre più forti per affrontare nel migliore dei modi l’allenamento.

  • Com’è stato tornare a giocare?

Il ritorno in campo, in una partita ufficiale, è stato molto emozionante. E’ avvenuto in una partita nella quale non pensavo di subentrare. Mi ricordo che avevo un po’ di paura per il ginocchio ma allo stesso tempo sentivo di essere guarita bene ed essere pronta a rientrare. Dopo pochissimo tempo non pensavo più al ginocchio ma la mia attenzione si era spostata completamente sul campo e sulla partita.

  • Ci sono stati dei momenti negativi, e cosa pensavi in quei momenti?

Ci sono stati diversi momenti negativi sia durante il periodo della riabilitazione sia dopo il rientro in campo. Durante la riabilitazione in alcuni momenti ho pensato di non riuscire a tornare in campo, alcuni giorni il ginocchio mi faceva male e non riuscivo ad eseguire gli esercizi nel migliore dei modi, avevo la sensazione che il periodo che mi stava aspettando sarebbe stato qualcosa di molto più grande di me. Ho pensato di rinunciare, di mollare il calcio, di cambiare priorità nella mia vita, ma questi pensieri duravano sempre troppo poco, venivano sempre sovrastati dalla voglia di tornare in campo. Finita la riabilitazione, al rientro in campo ho avuto qualche momento di sconforto perché ho visto me stessa e le mie capacità diverse da come le avevo lasciate. Recuperare la condizione fisica ottimale è stato molto difficile.

  • C’è stato anche un aspetto positivo nel periodo di stop?

In questo periodo per me difficilissimo riesco a trovare uno spiraglio di positività. Ho imparato a conoscere me stessa, ho scoperto una parte di me che mi era sconosciuta, ho capito che quando voglio ottenere qualcosa è molto difficile ostacolarmi, ho realizzato di avere dentro di me tanta forza di volontà e una passione smisurata e indescrivibile per questo sport. Ho inoltre capito quanto sia importante la vicinanza delle persone, ho imparato ad apprezzare i loro gesti e ho capito che senza questo calore non sarei mai riuscita a raggiungere il mio obiettivo.

  • Pensi che il supporto di uno psicologo dello sport possa essere utile nel recupero e dopo un infortunio?

Sì, credo che il ruolo dello psicologo dello sport sia fondamentale per un giocatore o una giocatrice. Sono convinta che la nostra mente abbia un ruolo decisivo nelle nostre azioni, nelle nostre decisioni e nelle nostre prestazioni in campo. L’aspetto psicologico ritengo che molto spesso sia più importante di quello fisico. Se noi siamo convinti di poter raggiungere il nostro obbiettivo, magari sarà difficile ma ci arriveremo, se non siamo convinti di poterlo raggiungere non ci arriveremo mai. Penso che lo psicologo dello sport abbia un ruolo determinante, ogni atleta dovrebbe averlo e credo che questa figura possa permettere a molti giocatori di fare il salto di qualità e aiutarli ad affrontare e gestire i momenti di difficoltà, ansia e stress.

Alessia Giudici, Orobica:

Quali sono stati gli infortuni più ricorrenti nelle giocatrici della società per cui lavori?

Senza dubbio gli infortuni traumatici, quest’anno in particolar modo.  Le ragazze sono abituate a lavorare ad alta intensità in qualunque situazione, questo le porta a non fermarsi e tentare sempre di “andare oltre” anche quando le situazioni sono “estreme” poiché’ la mentalità che siamo riusciti a creare in questi anni punta al superamento dei propri limiti da ogni punto di vista. talvolta purtroppo l’eccessivo impeto dovrebbe essere maggiormente controllato ma Essendo ragazze giovani l’esperienza le aiuterà anche in questo.

– Come lavorate per prevenire gli infortuni?

Svolgiamo un importante lavoro di prevenzione attraverso programmi molto vari a seconda della categoria e delle specifiche esigenze. In generale, con la prima squadra, ci concentriamo sul rinforzo del core, esercizi di propriocezione, controllo neuromuscolare e sedute di forza funzionale.  Per quanto riguarda le fasce d’età più giovani, sin dai primi anni, attraverso percorsi ludici si cerca di sviluppare e affinare quelli che si ritengono i tre elementi fondamentali: coordinazione, equilibrio e agility.

– Avete un programma per il recupero dagli infortuni?

In base alla tipologia di infortunio viene sviluppato un programma ad personam. Gli infortuni più gravi vengono gestiti dal fisioterapista e solo in una seconda fase al campo. 
In palestra si svolgono lavori per il rinforzo muscolare a corpo libero, con pesi, elastici e con le macchine quando e se necessario, lavori di propriocezione statica, mobilità ed allungamento.
In campo invece si va a completare le sedute di recupero con sessioni di mobilità in acqua e propriocezione dinamica su sabbia, circuiti di ricondizionamento e coordinazione fine.

– Secondo te, qual è la differenza tra chi riesce a tornare in campo e chi invece preferisce non riprendere l’attività sportiva?

L’aspetto psicologico durante un recupero è sicuramente la base su cui uno sportivo deve lavorare quotidianamente. Un ruolo fondamentale, da questo punto di vista, è svolto da chi segue l’atleta, gli input positivi devono superare la paura costante, la forza di volontà deve essere il motore trainante dell’infortunato. Questa è la grande differenza tra chi decide di ricominciare e chi invece si arrende. Nel calcio femminile, la maggior parte delle ragazze, gioca per pura passione e un infortunio può influenzare pesantemente anche la vita personale lavorativa, detto ciò, si comprende come l’aspetto psicologico sia determinante in una calciatrice, da tutti i punti di vista.

– Pensi che il supporto di uno psicologo dello sport possa essere utile ad una giocatrice che si infortuna?

Assolutamente sì, è sicuramente una delle figure che potrebbe dare un grande supporto non solo alle atlete ma a tutto il calcio femminile in generale, credo che lo sviluppo attuale di questo sport stia volgendo anche in questa direzione e presto la figura dello psicologo sportivo diventerà parte integrante dello staff.

Amedeo CASSIA, Upc Tavagnacco:

cassia-amedeo-tavagnacco– Quali sono i tuoi pensieri quando una giocatrice si infortuna?

Spero sempre che non si tratti di un infortunio grave, e mi riferisco in particolare alla rottura dei legamenti crociati del ginocchio. In attesa del responso degli esami ci sono sempre attimi di timore e di apprensione. 

– Come lavorate per prevenire gli infortuni? 

Ci sono dei programmi specifici nelle fasi iniziali degli allenamenti. Si tratta di un’attività di cui si occupa nello specifico il preparatore atletico della squadra. 

– Avete un programma per il recupero dagli infortuni? 

Certamente, ma anche in questo caso a occuparsene è il preparatore atletico che collabora con professionisti esterni alla società per riuscire a far recuperare al meglio ogni atleta. 

– Secondo te, qual è la differenza tra chi riesce a tornare in campo e chi invece preferisce non riprendere l’attività sportiva? 

Ci sono molte variabili che possono intervenire. Dipende dalla gravità dell’infortunio e anche dalla testa delle giocatrici. C’è chi reagisce meglio e chi non riesce mai a superare davvero il trauma. Incide anche l’età delle ragazze. 

Pensi che il supporto di uno psicologo dello sport possa essere utile ad una giocatrice che si infortuna?

Certamente contribuisce ad anticipare gli strumenti di recupero, visto che la mente può avere un ruolo determinante in questi casi. In questa fase il Tavagnacco non dispone nel proprio staff una figura di questo tipo.

Francesca Gargiulo

Bibliografia:
– Brewer, B.W. (2009). Injury prevention and rehabilitation. In B. W. Brewer (Ed.), Sport Psychology (pp. 83-96). Chichester, UK: Wiley-Blackwell.
– Santi G., Pietrantoni, L. (2013). Psychology of sport injury rehabilitation: a review of models and interventions, Journal Of Human Sport & Exercise, Vol. 8
– Vergeer, I. (2006). Exploring the mental representation of athletic injury: A longitudinal case study. Psychology of Sport and Exercise, 7, pp.99-114.
– Vitale, F. (2011). Recupero e prevenzione dell’infortunio sportivo: una ricerca sul contributo della pratica mentale (imagery). Giornale Italiano di Psicologia dello Sport, 10, pp.42-47.

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