Insulti, offese, ma anche ricatti su foto esplicite per poter rimanere in squadra. La ciclista francese  Marion Sicot ha presentato una denuncia nei confronti del suo ex direttore sportivo, ai tempi della sua permanenza nella Doltcini-Van Eyck Sport, per molestie sessuali: “Ogni lunedì mattina dovevo mandargli foto di me in mutande, davanti e dietro. Poi voleva foto ancora più intime, in perizoma. Ho rifiutato. È stato difficile e imbarazzante per me mandargli queste immagini. La sua giustificazione era che doveva controllare il mio peso”.
La belga è stata vittima di pressione psicologica, molestie e insulti, fino al punto di decidere di prendere l’Epo per essere all’altezza delle aspettative del direttore sportivo ed essere lasciata in pace. Ora ha trasmesso 450 pagine di prove incriminanti agli investigatori, tra cui numerosi messaggi.
Anche la connazionale Chloë Turblin ha condiviso la propria traumatica esperienza. L’anno scorso, una sua denuncia di molestie morali e diffamazione nei confronti del suo ex direttore sportivo aveva portato un’altra dozzina di sue compagne di squadra a sporgere a loro volta denuncia: “Il ciclismo era la mia vita, il mio sport. Sono cresciuta in bicicletta, superando me stessa ogni giorno per tre anni. Ho fatto grandi sacrifici e aver visto cosa può succedere ad alto livello mi ha disgustato. Era un circolo vizioso terribile, piangevo. Ancora oggi, mi piacerebbe amare il mio sport come prima, avere la stessa passione e motivazione. Ma non l’ho più”.
Qualche tempo fa era salita alle cronache Esther Meisels, una giovane ciclista israeliana di 24 anni che aveva denunciato il manager della sua squadra Patrick Van Gamsen.
«Lo stipendio era basso: la Health Mate-Cyclelive faticava a trovare sponsor. Così il manager ci propose di vivere da lui a Ekeren, in Belgio. Sei cicliste di sei Nazioni diverse nell’ultimo piano di una casa molto grande e la soluzione sembrava ok – aveva raccontato Esther – l problema è che lui, da subito, si mostrò troppo espansivo: cercava di abbracciarci o baciarci, girava in mutande, faceva commenti sul nostro corpo e quando ci ritiravamo infastidite lasciava intendere che non ci avrebbe selezionate per le gare. Per evitarlo sono arrivata a chiudermi in camera tutto il giorno. Alla fine sono scoppiata“.
La fuoriclasse Marianne Voss, qualche mese fa era intervenuta sull’argomento. “Non ho mai subito molestie, ma questo, devo ammettere, non è propriamente l’ambiente lavorativo più professionale del mondo, per cui, ahimé, non mi sorprende che ci siano state atlete vittime di abusi. Io sono stata fortunata a correre nelle squadre giuste con persone di correttezza esemplare, ma so che per tutti non è così. Purtroppo ci sono sempre dirigenti che cercano di sfruttare la loro posizione per tornaconto personale e questo non dovrebbe accadere a nessun livello, dal ciclismo giovanile alle Elite”.

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